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giovedì 28 aprile 2016

Ondata di arresti tra i contatti di Giulio

Battono alla porta di casa, poco prima dell’alba e fanno irruzione dentro. Le modalità con cui i servizi di sicurezza egiziani – il Mukhabarat – hanno prelevato decine, centinaia di giornalisti, avvocati, attivisti dei diritti umani è lo stesso di sempre, quello delle dittature. Il copione si è ripetuto per diverse notti e albe tra giovedì e lunedì. Arresti preventivi e non per ostacolare le proteste di massa contro l’omaggio dell’Egitto al nuovo potente alleato: le due isolette Tiran e Sanafir cedute all’Arabia Saudita come pegno dei più stretti legami di cooperazione sigillati a metà aprile dalla visita di re Salman Saud.
Molte delle persone finite nelle retate però avevavo anche a che fare con la morte di Giulio Regeni. Oppositori, come i ragazzi del Movimento 6 aprile – culla della rivolta di piazza Tahrir – catturati dalla polizia ai tavoli del caffé Casablanca accusati di «destabilizzazzione della sicurezza del paese» e diffusione di notizie false sui social network.
Ieri la famiglia Regeni si è detta «angosciata» per l’arresto, tra i tanti, di Ahmed Abdallah che oltre ad essere presidente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, una ong che denuncia in particolare gli arresti arbitrari e le sparizioni forzate, è anche consulente degli avvocati della famiglia Regeni per le indagini sulla morte di Giulio.
Ahmed Abdallah non è dunque solo un attivista tra i tanti. La legale Alessandra Ballerini conferma il rapporto di fiducia con Abdallah e il suo arresto nella notte tra domenica e lunedì. Pare sia stato prelevato dal suo appartamento di Heliopolis, sobborgo residenziale del Cairo, dalle forze speciali, così risulta ad Amnesty.
Ciò che angoscia di più la famiglia Regeni sono le accuse che gli vengono addebitate – legate alla nuova legge anti terrorismo – in base alle quali Abdallah rischia addirittura la pena di morte.
Secondo il sito Aswat Masriya il consulente dei genitori di Giulio è accusato di istigazione alla violenza per rovesciare il governo e la Costituzione, adesione a un gruppo terroristico e partecipazione ad attacchi contro la polizia. Tutte accuse che se venissero confermate in un procedimento penale potrebbero portarlo ad anni e anni di carcere o all’impiccagione.
Il presidente della Commissione per i diritti e la libertà non è l’unica voce critica finita nelle maglie del regime in occasione delle manifestazioni contro la dismissione delle isole sul mar Rosso a vantaggio dei nuovi protettori di al Sisi.
Le proteste erano state organizzate nel giorno della celebrazione della liberazione del Sinai dalle forze militari israeliane nell’82, domenica scorsa. Venerdì all’alba sarebbe stato prelevato dal suo appartamento a Giza anche Haytham Mohamadeen, avvocato del lavoro, in contatto con i sindacati egiziani, gli stessi su cui si concentravano le ricerche di Giulio Regeni.
Secondo quanto ha denunciato l’avvocato e attivista per i diritti umani Malek Adly sabato mattina, il collega sarebbe stato accusato di essere affiliato ai Fratelli musulmani, organizzazione vietata dal 25 dicembre 2013, cioè dal colpo di stato di al Sisi contro l’unico presidente eletto della storia egiziana, il pur contestatissimo Mohamed Morsi.
L’avvocato Adly precisava via twitter che Haytham Mohamadeen è piuttosto un uomo di sinistra, socialista, non un fratello musulmano. A Mada Masr, un sito indipendente, Adly faceva sapere che altri 13 attivisti erano stati arrestati nei giorni precedenti al Sinai Liberation Day nella cittadina di Nasr e ora sotto processo alla corte penale di Al-Abbassiya.
Poco dopo queste sue dichiarazioni Adly è stato arrestato a sua volta. E anche lui è collegato all’orrenda morte di Giulio. Era stato proprio Adly, infatti, il primo a interessarsi alla scomparsa del giovane ricercatore italiano e a denunciare i molti casi di sparizioni forzate ad opera delle forze di polizia. «Mentire e cercare di discolparsi», aveva detto allora, è il primo approccio degli apparati di al Sisi in questi casi.
Alla famiglia Regeni non è sfuggito il f ilo rosso che lega queste storie, esprime infatti «preoccupazione per la recente ondata di arresti in Egitto ai danni di attivisti dei diritti umani, avvocati, giornalisti anche direttamente coinvolti nella ricerca della verità circa il sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio».
Anche la famosa giornalista Basma Mostafa, impegnata nelle indagini su Regeni, è stata arrestata il 25 insieme ad altri sette colleghi . Lei è stata rilasciata, così come è stato liberato il corrispondente dell’agenzia Reuters Michael Giorgy, gli altri reporter francesi e della Bbc. Ma il presidente dell’Unione dei cronisti egiziani, Yahya Qalash, ieri ha presentato una denuncia alla procura generale contro il ministro degli Interni Magdy Abdel-Ghaffar per le violazioni della libertà di espressione e l’assalto della polizia, domenica, alla sede dell’Unione giornalisti al Cairo, filmato in un video.
Khaled El-Balshy, capo del comitato di libertà del sindacato, ha detto Ahram online che 43 giornalisti sono stati arrestati in questi giorni e sette sono ancora in stato di detenzione.
Secondo l’ong Freedom for Brave in tutto sono stati 239 gli arresti fino a lunedì. La deputata cristiano copta Margaret Azer si è impegnata a portare il caso Regeni, le violazioni dei diritti umani e gli arresti di massa per le proteste sulle isole in Parlamento.
Ma già il regime sta provvedendo a difendere la propria immagine: il presidente della Commissione parlamentare diritti umani Mohamed Anwar Sadat ha annunciato un suo «tour» che toccherà la sede Onu a Ginevra, il Congresso Usa e il Parlamento italiano. Sempre che Roma lo accolga.

http://ilmanifesto.info

mercoledì 6 agosto 2014

Sessantacinquesimo anniversario di Hiroshima e Nagasaki

enola-gay
Tokio. 6 agosto 1945, 8:15 del mattino: la bomba atomica Little Boy viene lanciata dal bombardiere pesante B 29 Enola Gay dell’USAF sulla città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo, alle 11:02, era il turno di Nagasaki con l’ordigno Fat Man, sganciato dal B 29Bockscar.

FatManLittle_boy
Il 6 agosto 2010, a sessantacinque anni di distanza dal terribile avvenimento, oltre 55.000 persone hanno preso parte alla cerimonia di commemorazione presso il Memorial Park di Hiroshima in presenza, per la prima volta, di una personalità degli Stati Uniti D’America, l’ambasciatore John Roos, e del segretario generale dell’Onu, Ban KiMoon.
Hanno partecipato alla cerimonia anche il premier nipponico Naoto Kan e diplomatici di ben 74 paesi, altro record che ha caratterizzato la manifestazione.
Oggi, dopo la ricostruzione, Hiroshima è tornata un attivo centro commerciale e porto peschereccio (alghe commestibili, ostriche) con industrie tessili, meccaniche e alimentari, nonché simbolo di pace con la presenza del  Memoriale della pace, detto anche Cupola della bomba atomica, sito appartenente dal 1996 alla lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.
Nagasaki è invece uno dei porti naturali più belli del paese e capoluogo della prefettura omonima. Oltre a impianti per l’estrazione del carbone e per la produzione di apparecchiature elettriche, sono presenti anche cantieri navali e stabilimenti metallurgici.
La vita continua, ma l’umanità intera deve avere fatto esperienza di questa tragedia, perché non debba più ripetersi.
http://www.dirittinegati.eu



venerdì 4 aprile 2014

Non andate oltre,dedicate qualche momento a questo SPOT, SUL RISPETTO DELLE NORME A TUTELA DEI DISABILI.

SPOT, SUL RISPETTO DELLE NORME A TUTELA DEI DISABILI , prodotto dalle associazioni: Contro tulle le mafie Paolo Vive, Genius Loci e Co.Di. GIRATO A BARCELLONA P.G., con la regia di...
Caricato da roberta macrì

domenica 3 novembre 2013

Dopo la denuncia di una senza tetto è arrivata la replica - Gobbi: «Diritti per tutti non fa discriminazioni»

I vertici dell´associazione hanno spiegato la prassi: «Il posto letto l´avrebbe avuto dopo i controlli»

Accusata da una senza tetto italiana di «privilegiare» gli stranieri, l´associazione Diritti per tutti nelle scorse ora ha voluto mettere avanti le mani e raccontare la sua versione dei fatti. «Ogni lunedì sera allo "sportello sfratti" del Magazzino 47 si presentano decine e decine di persone, "nativi" e migranti, a volte accompagnate dai loro bambini - ha spiegato Umberto Gobbi in una nota dell´associazione -. Tutte e tutti, abbandonati dalle istituzioni, portano storie di disperazione e chiedono aiuto e ospitalità. Con ciascuno procediamo allo stesso modo: raccogliamo le domande per i posti alloggio, sempre più limitati, a causa del numero incessante di persone buttate in mezzo a una strada dalla crisi e dalla mancanza di risposte istituzionali all´attuale emergenza abitativa. Le domande che poniamo loro servono per definire in maniera più accurata possibile le singole situazioni: riguardano la compo
sizione del nucleo familiare, la presenza di minori, le cause dello sfratto e quant´altro possa essere utile a determinare il grado di urgenza. La nazionalità è il solo dato che non chiediamo».
Come dire che la procedura è stata seguita anche nel caso di maria ferraris, la donna che aveva denunciato a Bresciaoggi la presunta discriminazione subita.
«NEL CASO SPECIFICO, dal colloquio avvenuto allo "sportello sfratti" era emerso che i figli minori della coppia (un ragazzo di 16 e una bambina di 8), erano stati loro sottratti dai servizi sociali competenti per essere affidati quello più grande ai nonni e la più piccola a una struttura protetta - ha continuato Gobbi -. Una situazione estremamente delicata, quindi, e che, come sempre accade in questo genere di casi, ha richiesto un´ ulteriore verifica da parte di attiviste e attivisti dello sportello. A quel punto, lo scorso 30 ottobre, abbiamo richiesto un incontro con l´assistente sociale dell´azienda speciale consortile "Ovest solidale", a cui fanno riferimento diversi Comuni bresciani. L´assistente, che segue la famiglia, senza entrare chiaramente nello specifico della situazione, ha comunque specificato che "la sottrazione dei minori non era legata ad abusi ma a indigenza e incapacità di gestione". Alla coppia sarebbe stata comunicata la disponibilità di un tetto alle casette. Dopo queste verifiche, però, e non certo prima».
Insomma, a Maria Ferraris Diritti per tutti tende una mano. In fondo la sua storia, come quella di decine di persone in difficoltà, non conosce lingua o razza.
 
dal BRESCIAOGGI

domenica 22 settembre 2013

Lo scrittore Mauro Corona: "La violenza non è dei No Tav, ma dello Stato"

Mauro Corona
                                                             Mauro Corona
di Marta Tondo
Sempre più personaggi del mondo della cultura si stanno schierando contro la linea ad Alta Velocità Torino-Lione. Dopo lo scrittore Erri De Luca e l'attore Ascanio Celestini, ora anche l'intellettuale Mauro Corona sta con il movimento. "Sono con Erri De Luca e con i No Tav".
Lo ha detto durante la trasmissione "La zanzara" su Radio 24.
Una posizione netta che mette in luce le anomalie della macchina che politica, magistratura e fronte del sì alla grande opera hanno messo in moto per avvallarne la costruzione.
"La violenza non è partita dai No Tav, ma è partita da una violenza legale, legale, che si fanno le leggi poi infieriscono a casa tua, sui territori".
È una posizione accorata e sentita quella di Corona. "Quella è la violenza, quella legalizzata contro la quale se ti ci metti becchi la denuncia".
Non usa mezzi termini lo scrittore friulano: "Quindi fanno benissimo a difendere il loro territorio con qualsiasi mezzo". Anche con la violenza? "La violenza non è stata da parte loro. Se tu mi attacchi con la violenza io mi difendo. La violenza subdola è quella dello stato a cui non puoi opporti altrimenti vai in galera".

da  http://www.nuovasocieta.it

domenica 23 dicembre 2012

Le parole da regalare a Natale


Pescara: persone in sedia a rotelle vestite da Babbo Natale (Ansa)

Le parole da regalare a Natale

A volte manca l’idea per un regalo all’ultimo minuto. O mancano i soldi, specie quest’anno. E allora provo a immaginare un dono un po’ diverso, immateriale, semplice ma importante. Il dono delle parole che fanno compagnia e riscaldano il cuore e illuminano la mente. Proviamo ad appenderle al nostro albero di Natale, in ogni casa nella quale vive una persona con disabilità, qualunque sia il suo handicap, perché alcune parole riguardano tutti, sia chi le pronuncia, sia chi le ascolta e le fa proprie.
Dignità. E’ il primo pacchetto colorato da infiocchettare e collocare sotto l’albero. Ogni persona ha diritto alla dignità, alla considerazione della propria esistenza, che è unica e irripetibile, anche quando è difficile, anche quando esprimersi in modo autonomo non è possibile. Anche quando il cervello sembra non rispondere perfettamente ai comandi della volontà.
Libertà. Non c’è disabilità che faccia rima con prigione. La libertà è come l’aria, ne abbiamo un bisogno insopprimibile. Ogni volta che non siamo messi in condizione di decidere, di scegliere, di partecipare, di muoverci, è come se subissimo una piccola o grande violenza, una costrizione che riduce la nostra visione del mondo e ci spinge, lentamente, a rinunciare alla sfida dell’esistenza.
Solidarietà. Questo non è un pacchetto, ma una di quelle “sciarpe” d’argento e d’0ro che servono per addobbare l’albero, circondandone i rami verdi. Sembra una parola d’altri tempi, è stata usata troppo spesso in modo improprio, per far credere di essere buoni con chi è più debole. Ma la solidarietà serve, quando diventa rete, quando è concreta e operativa, quando significa: “Io non mi dimentico di aiutarti, tu ricordati di chiedermelo”.
Diritti. Questo è il puntale dell’abete. Va messo con cura, e fissato per bene. Senza i diritti le persone sono orfane di dignità, di libertà e di solidarietà. I diritti sono scritti sulla carta, ma vivono nella pelle, nelle azioni, giorno dopo giorno. Si esigono solo quando si conoscono per bene e si accompagnano alle leggi, ai finanziamenti, ai buoni comportamenti. I diritti non si comprano e non si vendono. Esistono. E sono giusti, incontrovertibili, universali.
Partecipazione. Questo è un bel gioco di ruolo, con una scatola piena di pezzi, due dadi, un tavoliere e tante carte da usare. Non si può giocare da soli. Meglio in tanti, ma comunque almeno in due. Senza partecipazione la vita di una persona con disabilità si riduce a una serie di operazioni legate alla sopravvivenza: lavarsi, vestirsi, mangiare, dormire. La vita è altro. E’ stare insieme, abituarsi a stare insieme. E’ reciproco, e non sempre e facile giocare. E vincere.
Cultura. E’ una parola che non sempre si abbina alla disabilità. E dire che siamo pieni di buoni libri, o di film, che ci potrebbero aiutare a capire, a conoscere, fino a stupirci. Nei giorni del Natale non c’è niente di meglio che cercare di saperne di più, perché nessuno è perfetto, e molto spesso dall’ignoranza nascono e si sviluppano i pregiudizi, brutta roba davvero. Mettete almeno un libro sotto l’albero, non ve ne pentirete.
Amore. In ogni forma e in ogni relazione, è la parola chiave del Natale. Lo so che potrebbe sembrare retorica, ma in questo blog ne abbiamo parlato spesso, anche grazie ai vostri racconti. In questi giorni a volte il pensiero dell’amore può suscitare malinconia o nostalgia. Ma questa parola merita comunque di essere tenuta presente, magari come desiderio, come speranza, come messaggio per l’anno che sta per arrivare. Mai dire mai.
Divertimento. Ecco, non dimenticate mai questa parola sotto l’albero. La disabilità non è tristezza, non è solo un fardello di problemi. Tante volte si traduce in ironia, in leggerezza, in gioia, in allegria. E questo avviene quando ci si pone l’obiettivo di vivere in modo normale, per quanto possibile, come tutti. E almeno in questi giorni basta poco. Magari una tombola, come si faceva una volta. O un panettone condito di qualche risata.
Denaro. Non è una parola che mi piaccia particolarmente, specie quest’anno. Tutto è diventato denaro, forse perché non ce n’è a sufficienza. O forse perché i diritti sono tutti monetizzati, contrattati, ridotti a merce di scambio. Ma una volta, quando ero piccolo, c’erano le monete di cioccolato, avvolte in una bella carta dorata. Erano un modo per ricordare che il denaro purtroppo serve. E molto spesso disabilità fa rima con povertà. Perché la disabilità costa, ogni giorno, 365 giorni all’anno.
Lavoro. Più che un regalo è diventato un desiderio, per tante, troppe, persone con disabilità. Appendere questa parola all’albero di Natale è un modo per ricordare che la legge esiste, anche se molti la aggirano, e tanti la ignorano. Il lavoro rende liberi, ma non nel senso macabro che veniva inteso tanti anni fa in Germania. No, proprio sul serio. Il lavoro garantisce autonomia, libertà di scelta, gratificazione personale, rispetto, dignità. Un regalo tira l’altro, insomma.
Felicità. Lo so, adesso mi direte che esagero. Però io un pacchettino piccolo piccolo con su scritto “Felicità”, proverei comunque a metterlo sotto l’albero. Non si sa mai. A volte basta un attimo a illuminare una vita. Proviamoci.
Auguri a tutti, amici InVisibili. Buon Natale, davvero.


mercoledì 25 aprile 2012

Il governo boccia il fondo per i disabili. L’assistenza a carico delle famiglie

Il sottosegretario Guerra ha dato parere negativo all'accantonamento di 150 milioni per strutture di accoglienza da utilizzare per i portatori di handicap rimasti soli o senza tutele

di Adele Lapertosa | 25 aprile 2012 dal Fatto Quotidiano
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Che fine farà mio figlio quando io non ci sarò più? Chi lo assisterà? E’ questa una delle domande angoscianti che si pongono tutti i genitori che hanno un figlio disabile, in particolare con disabilità psichiche. La risposta, per ora, non verrà senz’altro dal Governo, che ha bocciato l’istituzione di un fondo ad hoc, da 150 milioni di euro, per i disabili gravi nel momento in cui restano senza familiari che li possano accudire, anche ribattezzato fondo per il ‘dopo di noi’. Nell’ultima audizione della commissione Affari sociali infatti, Cecilia Guerra, sottosegretario alle Politiche sociali, ha dato parere negativo al provvedimento che è all’esame dei deputati dal 2010.
Una decisione che, oltre a suscitare le critiche bipartisan dei membri della commissione, ha lasciato di stucco tutti quei genitori che attendevano una risposta. E non sono pochi. In Italia, secondo i dati del Censis, ci sono 4,1 milioni di persone disabili, pari al 6,7% della popolazione, e 2,6 milioni sono in condizioni particolarmente gravi, di cui oltre 200mila residenti in presidi socio-sanitari. “Le famiglie di questi ragazzi – spiega Pietro Barbieri, presidente della Fish (Federazione italiana superamento handicap – vorrebbero che i figli, una volta che loro non ci sono più, fossero seguiti in strutture di tipo familiare, con 6-8 posti letto, e non in residenze socio assistenziali (rsa) per anziani, dove ci sono molte più persone”. Finora in Italia sono sorte alcune case per il ‘dopo di noi’, ma in numero insufficiente al fabbisogno. I finanziamenti nazionali hanno dato il via “a start up – continua Barbieri – ma se ne sono sviluppate poche, perchè gli enti locali non hanno contribuito. Di fatto, mentre da Roma in su esistono delle reti, dalla capitale in giù c’è praticamente il deserto, o molto poco”. Il problema del dopo di noi riguarderebbe, secondo le stime della Fish, una parte dei 2,6 milioni di disabili gravi, composti per due terzi da anziani e per un terzo da giovani. “La questione coinvolge soprattutto quest’ultimo gruppo – continua Barbieri – pari a circa 860mila persone. Senza contare che, quando i loro genitori invecchiano, spesso diventano disabili anche loro e le difficoltà aumentano”.
Ma il sottosegretario, pur riconoscendo il “grande rilievo” del tema affrontato dal provvedimento, ha dato parere negativo perchè non è “stato seguito il metodo giusto” per risolvere il problema dell’assistenza a queste persone e ha chiesto un ripensamento alla Commissione sull’istituzione del fondo, perché è un tema molto importante “da affrontare però nell’ambito di una politica di programmazione più generale”. Parole ambigue, secondo i deputati, che avrebbero preferito una maggiore chiarezza e che il sottosegretario riconoscesse esplicitamente che non ci sono risorse sufficienti. Da qui l’invito dei democratici all’esecutivo “a ripensare il parere negativo” e a “tornare in commissione con una proposta”.
E mentre Giovanni Pagano, presidente della Fand (Federazione fra le associazioni nazionali dei disabili) si dice “profondamente deluso” e spera ancora che il governo cambi idea, magari grazie all’incontro che hanno chiesto proprio con il sottosegretario Guerra, per Pietro Barbieri ormai “il fondo per il dopo di noi è defunto. Anche perchè dal 2013 non dovrebbero più esserci fondi nazionali per le politiche sociali, in virtù del federalismo fiscale. E quindi o si provvederà con una quota percentuale tramite il federalismo fiscale, o il sostegno alla disabilità potrà contare solo sulla sensibilità dei Comuni”.
Il problema è che servono politiche sociali degne di questo nome, “visto che in questo momento, per via dei tagli decisi dagli ex ministri Tremonti e Sacconi, c’è il 37% delle risorse in meno – aggiunge – Hanno infatti sforbiciato il fondo per le politiche sociali, passato da 929,3 milioni di euro nel 2008 a meno di 220 milioni nel 2011, e non finanziato quello per la non autosufficienza con un taglio netto di 400 milioni. E gli effetti iniziano già a vedersi. Il comune di Torino sta tagliando il 30% dei servizi sociali, così come la Lombardia, mentre in Campania e nelle altre regioni meridionali si rischia di arrivare al 70% di tagli. La sostanza è che dallo Stato non arriva più un euro e la spesa per le politiche sociali che coinvolgono disabili, anziani, minori, rom, ecc ammonta solo allo 0,4% del Pil”.

martedì 14 febbraio 2012

I disabili (veri) dimenticati dallo Stato

Il racconto di una storia esemplare

In Italia 2 milioni 800 mila di persone non autosufficienti. E tutto il carico ricade sulle spalle delle famiglie

MILANO - «Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno, uno storpio 5,50, un criminale 3,50...». Iniziava così un problema del manuale di matematica nella Germania nazista del 1940: lo scolaro doveva calcolare, senza quei pesi, quanto si poteva risparmiare. Alla larga dai paragoni provocatori, ma che razza di Paese è quello che taglia i fondi ai disabili? Ed è lecito che sfrutti fino in fondo, come denuncia il Censis, le famiglie che si fanno carico giorno dopo giorno, spesso eroicamente, dell'assistenza?

Pochi numeri, presi da un'inchiesta del «Sole 24 Ore», dicono tutto. Rispetto al Pil, l'Italia spende molto più della media dell'Europa a 15 per le pensioni (16,1% contro 11,7%), come gli altri nel totale del welfare (26,5% contro 26%) ma nettamente meno per la non autosufficienza: 1,6% contro 2,1%. Un quarto di meno. Non bastasse, negli ultimi anni, nella scia della scoperta di casi come quello emerso la settimana scorsa al rione Santa Lucia di Napoli (dove secondo il «Mattino» 9 su 10 degli invalidi controllati erano falsi) l'accetta si è abbattuta sui costi del pianeta della disabilità colpendo tutti. I furbi ma più ancora i disabili veri, verso i quali lo Stato era già storicamente molto tirchio.

Basti vedere, in un'analisi di Antonio Misiani, il taglio delle due voci che più interessano l'handicap. Dal 2008 al 2013 il Fondo per le politiche sociali precipita nelle tabelle del governo Berlusconi da 929,3 milioni di euro a 44,6. Quello per la non autosufficienza da 300 a 0: zero! Numeri che da soli confermano il giudizio durissimo del Censis: «La disabilità è ancora una questione invisibile nell'agenda istituzionale, mentre i problemi gravano drammaticamente sulle famiglie, spesso lasciate sole nei compiti di cura». Peggio: «L'assistenza rimane nella grande maggioranza dei casi un onere esclusivo della famiglia».

Scegliamo una storia esemplare, una fra centinaia di migliaia. Quella di Gloriano e di sua moglie Mariagrazia. Lui fa l'elettricista, lei lavorava in una fabbrica tessile finché, 28 anni fa, non fu costretta a mollare per seguire Giulia. La piccola aveva dei problemi. Seri. «La prima diagnosi fu emessa dopo quasi 4 anni (non per colpa nostra!..) dalla nascita: "Ritardo psicomotorio con deficit cognitivo in paralisi cerebrale minima"». Problemi che con il passare del tempo si sono sempre più aggravati. Basti dire che, nonostante gli insegnanti di sostegno a scuola, i progetti di recupero, l'assistenza minuto per minuto dei genitori, non ha mai imparato a leggere e scrivere.

Fatto sta che al secondo accertamento sull'handicap, al 18° compleanno, il responso fu netto: «Invalida con totale e permanente inabilità lavorativa 100%». Tanto per capirci, spiega la madre, è del tutto non autosufficiente. Ogni consulto, ogni cura, ogni tentativo d'arginare la progressiva deriva della malattia sono stati inutili. Colpa di un'anomalia, pare, «del cromosoma 16». Finché nel 2006 il degrado è stato nuovamente verificato: «Insufficienza mentale medio-grave in paraparesi spastica (neurologica e sensitiva assonale) cognitiva. Scoliosi e invalidità al 100% con necessità di assistenza continua».

Un calvario. Una vita intera inchiodata minuto per minuto, giorno dopo giorno, anno dopo anno a quella missione. Unici momenti di tregua, indispensabili per respirare e non impazzire, quelli in cui Giulia, sia pure sempre più a fatica, veniva affidata a strutture di assistenza tipo le case famiglia: «Nostra figlia ha sempre desiderato sin da piccola di stare coi bambini prima e poi man mano che cresceva con i ragazzi e comunque in mezzo alla gente». Una soluzione che l'anno scorso aveva permesso a Gloriano e Mariagrazia di fare perfino, evviva, una breve vacanza.

Costava 27 euro al giorno, alla famiglia, l'accoglienza di Giulia in una comunità-alloggio di Abano Terme: «Poi, prima di Natale, ci è stato comunicato che il contributo familiare sarebbe salito a 92 euro e 68 centesimi, cioè la quota alberghiera totale». Troppi, per chi riceve dallo Stato, per prendersi cura 24 ore su 24 di quella figlia totalmente disabile, una pensione lorda mensile di 270,60 euro più l'indennità di accompagnamento di 487,39 per un totale complessivo di 757 euro e 99 centesimi.
I giornali locali ne hanno fatto un caso, giustamente, di quelle cento o centoventi famiglie che di colpo si sono viste togliere quel servizio che per molti rappresentava l'unica occasione per «staccare» un po'. «Diventerà un servizio solo per chi potrà permetterselo?», si è chiesto il settimanale diocesano «La difesa del popolo».

Ma la storia della famiglia di Giulia va moltiplicata, come dicevamo, per centinaia di migliaia. Dice la pagina «La disabilità in cifre» dell'Istat che in Italia i disabili «sono 2 milioni 600 mila, pari al 4,8% circa della popolazione di 6 anni e più che vive in famiglia. Considerando anche le 190.134 persone residenti nei presidi socio-sanitari si giunge a una stima complessiva di poco meno di 2 milioni 800 mila persone».
In primo luogo, ovvio, ricorda uno studio della Caritas Ambrosiana, ci sono i vecchi: «Secondo un'indagine dello Studio Gender, l'Italia spende meno della metà di quanto fanno in media gli altri Paesi europei per l'assistenza agli anziani». Risultato: «la cura dell'anziano non più autosufficiente ricade sulle famiglie. In due casi su tre lasciate a loro stesse. In particolare sono le donne, figlie, mogli, nuore, le indiscusse protagoniste del lavoro di cura».

Per i disabili più giovani, spiega al sito superabile.it Pietro Barbieri, presidente della Fish, la Federazione italiana del sostegno all'handicap, il quadro è lo stesso: «Da noi si spende meno della metà della media europea a 15 per la non autosufficienza. E il dato comprende sia l'indennità civile che l'assistenza domiciliare pagata dai Comuni. Qui non si tratta di prendere provvedimenti più equi, qui si dice alle famiglie "arrangiatevi!"» E a quel punto sapete cosa accadrà? «Che le famiglie cominceranno a chiedere il ricovero per un congiunto non autosufficiente. E a quel punto avremo una maggiore segregazione di persone che non hanno fatto nulla di male e un costo molto più alto per il Paese. Si pensi al costo giornaliero di una degenza».

Facciamo due conti? Questi disabili non anziani, secondo la Fish, sarebbero circa 400 mila. Se le famiglie, abbandonate a se stesse, fossero obbligate a scaricare i figli e i fratelli sul groppone dello Stato, questo sarebbe obbligato a costruire strutture per un costo minimo (dall'acquisto del terreno alla costruzione fino all'arredamento) di 130 mila euro a posto letto per un totale di 52 miliardi. Per poi assumere, stando ai protocolli, almeno 280 mila infermieri, psicologi, cuochi, inservienti per almeno altri 7 miliardi l'anno. Più tutto il resto. Un peso enorme, del quale l'Italia di oggi non potrebbe assolutamente farsi carico.
E allora ti domandi: possibile che lo Stato non si accorga di quanto si fanno carico al suo posto le famiglie? Lo studio presentato ieri dalla Fondazione Cesare Serono e dal Censis, e centrato sulle persone colpite dalla sclerosi multipla e dall'autismo, dice che «il 48,5% dei malati ha bisogno di aiuto nella vita quotidiana. Ma il dato oscilla dal 9,5% di chi si definisce lievemente o per nulla disabile all'83% tra i malati più gravi».
Bene: «Le risposte arrivano quasi solo dalle famiglie. Il 38,1% dei malati riceve assistenza informale tutti i giorni dai familiari conviventi (e la percentuale aumenta tra chi riferisce livelli di disabilità più elevati: 62,8%).

L'aiuto quotidiano da parte di parenti non conviventi e amici è più raro (8,1%)». E se è «minoritario il supporto offerto dal volontariato (8,4%)» solamente «il 15,3% riceve aiuto da personale pubblico e solo il 3,3% tutti i giorni». Umiliante.
Tanto è vero che le famiglie, dignitosamente, non chiedono soldi, nonostante si sobbarchino spese molto spesso insopportabili: chiedono collaborazione. «L'assistenza domiciliare è ritenuta uno dei servizi più utili dal 77,5% del campione e il 72,4 ne ritiene necessario il potenziamento». Gli «aiuti economici e gli sgravi fiscali» vengono dopo.

Lo studio presentato ieri dice tutto: «La disabilità della persona con autismo ha avuto un impatto negativo sulla vita lavorativa del 65,9% delle famiglie coinvolte nello studio. In particolare, il 25,9% delle madri ha dovuto lasciare il lavoro e il 23,4% lo ha dovuto ridurre». Uno Stato serio, davanti a numeri così, se lo deve porre il problema. Perché sarebbe inaccettabile scaricare ulteriori responsabilità e fatiche e spese e angosce su quelle famiglie.
Ci sono già state, come ricordavamo, stagioni orribili in cui i disabili (si pensi a certi manifesti tedeschi degli anni Trenta...) sono stati visti come un fardello economico. Mai più.

dal Corriere della Sera

mercoledì 16 giugno 2010

PRESIDIO CONTRO LA LEGGE BAVAGLIO

19 Giugno 2010 - ore 16:00 BRESCIA - Corso Zanardelli (ang. C.so Palestro)

PERCHÉ NO ALLA LEGGE-BAVAGLIO

Il Governo e la maggioranza vogliono porre limiti ristretti alle intercettazioni
Ma gli orrori della clinica S. Rita sono stati scoperti dopo 11 mesi di intercettazioni. Con questa legge i pazienti avrebbero continuato ad essere operati senza che ce ne fosse bisogno e i sanitari ad arricchirsi illecitamente sulla loro pelle.

I reati di mafia spesso si scoprono partendo da altri reati
Ad esempio intercettando per quattro mesi un imprenditore sospettato di truffa e frode, si è scoperto che riciclava soldi di un importante clan mafioso. Con questa legge le intercettazioni non avrebbero portato a tale risultato.
Il magistrato per autorizzare l’intercettazione
dovrà avere altri elementi concreti che provino la responsabilità dell’indagato, come dire: si pedina un sospettato solo quando si è praticamente certi che è colpevole.

Per l’omicidio di Cogne
è bastato un solo magistrato per infliggere una condanna a 30 anni di carcere. Ora ne serviranno tre per autorizzare l’intercettazione di un semplice sospettato.

Per indagare o intercettare un sacerdote
magari per pedofilia, si dovranno avvertire immediatamente le autorità religiose.

I giornalisti non potranno informare i cittadini
di indagini in corso fino all’udienza preliminare. In questo modo niente avrebbero saputo per anni i risparmiatori della Parmalat; niente i tifosi delle partite di calcio truccate; niente i cittadini dei 134 milioni di Euro truffati alla Regione Lazio da cliniche private per finti ricoveri e riabilitazioni; niente sapremmo oggi dell’indagine sui vertici della Protezione civile, accusati di aver sottovalutato gli allarmi sul terremoto all’Aquila.

I giornalisti “disobbedienti” saranno puniti
con elevate ammende e l’editore con sanzioni che raggiungono migliaia e migliaia di euro.


giovedì 16 luglio 2009

Sicurezza per decreto, ma non per tutti.

La criminalità va diminuendo. All’opposto, l’insicurezza delle persone gay, lesbiche e trans è aumentata.

Secondo il rapporto Eurispes – Telefono Azzurro (2008), una vittima di bullismo su cinque è omosessuale.

Talvolta a discriminare è perfino chi dovrebbe garantire la sicurezza, come nel caso della poliziotta lesbica sospesa dal questore di Rovigo. Nel “Decreto sicurezza” vi è forse un atto forte contro questi fenomeni?

Perché non è stata estesa l’applicazione della “legge Mancino” sui reati di odio anche agli atti di violenza omofobica? Intanto la ministra Carfagna cancella dal sito del proprio ministero la discriminazione

delle persone omosessuali e trans e la Commissione ministeriale nata proprio per contrastarle. La maggior parte degli atti di violenza sulle donne e sui minori non avviene in strada ma tra le mura domestiche.

Contro tutto questo le ronde non servono a nulla, mentre servirebbero soldi per campagne mediatiche e formazione culturale. Il “Decreto sicurezza” preferisce invece individuare quale obiettivo principale

la lotta all’immigrazione clandestina, considerando un immigrato senza permesso come un delinquente. Proprio mentre cresce nel Paese la violenza verso “il diverso”? Gruppi di stampo neofascista e neonazista si diffondono ovunque, propagandando i propri valori omofobi e razzisti. Alcuni di questi stanno già arruolando volontari per la sicurezza: speriamo che non saranno accettati nelle nuove ronde.

Il rischio è che il nuovo decreto colpisca soprattutto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

Segretario Arcigay Orlando

Luca Trentini dal IL BRESCIA del 17/07/09