sabato 18 ottobre 2008

Classi separate per alunni stranieri: l’esclusione tra i banchi di scuola

I commenti di insegnanti e professori
Mentre il mondo dell’istruzione, dalle scuole primarie alle Università, è attraversato dalle iniziative di protesta contro il Decreto 137 - la cosiddetta riforma Gelmini - un nuovo provvedimento minaccia il diritto all’istruzione e la convivenza tra le differenze. La proposta del partito della Lega Nord votata martedì a maggioranza dalla Camera di istituire classi separate per gli alunni stranieri che non parlano la lingua italiana prevede che i figli dei migranti debbano superare un test (...) » leggi l’articolo

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Il mondo multiculturale in cui viviamo, non si ferma a dover affrontare solo l'inaccettabile partito di massa che dissemina odio e xenofobia, fino ad arrivare all'incostituzionale pretesa di ghettizzare i bambini immigrati. Purtroppo parte da lontano e ci offre l’inattesa ed inaccettabile esperienza di vedere nelle nostre strade, nei nostri paesi, nelle nostre città, la diffusione di forme di vero e proprio schiavismo ai danni di persone provenienti dalle aree più povere del pianeta.
Dall’Albania alla Nigeria, dalle Filippine alla Polonia, migliaia di donne si avviano verso il nostro paese per sfuggire a condizioni di vita disumane e vi trovano umiliazione e sfruttamento.
Alle nobili, anche se talora ipocrite, aspirazioni dell’epoca Vittoriana si sta ora sostituendo un modello di comportamento sociale spietato, secondo cui il successo significa tutto e la sua mancanza toglie ogni pur elementare diritto.
Abbandonare l’idea di imporre ai membri di altre culture il nostro modo di vedere le cose, non significa abbandonare ogni responsabilità per quello che accade fin sulle soglie delle nostre case.
I maneggi delle forza economiche, sociali e politiche, che vogliono mantenere le persone migranti nel limbo di incerti diritti e doveri, consegnano le fasce più sprovvedute di queste popolazioni al sistema dei patteggiamenti, dei ricatti, della corruzione.
In molti casi, la faccia con cui il nostro paese incontra le persone che provengono da altre culture è quella dell’affitta camere che chiede cifre esorbitanti per alloggi indecenti, del teppista di brigata, del cliente brutale della prostituta o del datore di lavoro che si sente in diritto di violare tutto e tutti in nome del profitto.
Sono tutte facce che hanno ben poco di pietoso e che non aiutano affatto le persone immigrate ad orientarsi nel nostro mondo, spesso molto diverso dal loro.
Dico orientarsi e non integrarsi perché il mito dell’integrazione non solo implica che la persona abbandoni la sua cultura d’origine e si arrenda a sistemi di valori spesso in stridente contrasto con i propri, ma semplicemente ha il difetto di essere un mito. Un mito che qualche volta è stato usato per nobili fini, altre (più spesso) per esigere da fasce più deboli e lontane dalle loro istituzioni più rappresentative, un’abiura dei loro principi.
Ciò che avviene realmente nel contatto fra membri di culture diverse non è di norma un’integrazione, ma una serie di processi di influenza sociale in più direzioni.
Quando le persone trovano uno spazio che le aiuta ad orientarsi nella nuova cultura, allora possono arricchirsi e mediare creativamente tra le culture differenti in cui sono immerse.
Possono allora sviluppare identità di tipo adittivo: non italiano o marocchino, italiano o nigeriano, ma italiano e marocchino, italiano e nigeriano.
Diventano in ciò che dicono e fanno, ma specialmente in ciò che diventano: interpreti fra culture diverse.
Nella società moderna il contatto fra culture differenti è continuo, spesso però non siamo preparati a comprenderne il senso, a decifrare cioè le differenti modalità secondo cui le culture strutturano l’esperienza delle persone, ad immaginare quanto possano essere profonde le diversità culturali e a fronteggiare le differenze che tali diversità possono produrre.
Il concetto di cultura è presentato spesso in modo piuttosto confuso. Molti pensano che la cultura sia uno stampo che impone alle credenze comuni e ai comportamenti delle persone un alto grado di uniformità.
Una simile concezione, che sembra adatta ad un mondo di replicanti, non ci è di alcuna utilità, abbiamo invece bisogno di una concezione di cultura che tenga conto delle ricchezze e delle mutevolezze della vita di ogni giorno.
Edward Taylor definisce la cultura come quel complesso unitario che include la conoscenza, la credenza, l’arte, la morale, le leggi e ogni capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro della società.
Ogni universo culturale vive dialogando con gli altri, è in rapporto esplicito o implicito con essi.
Anche i paesi che si chiudono quasi ermeticamente agli stranieri, come fecero la Cina e il Giappone nei secoli scorsi, o come fanno oggi l’Iran e la Birmania, hanno gli occhi della mente e dell’immaginazione spalancati su quei mondi i cui doni temono ed insieme desiderano, incerti se da essi possano venire insegnamenti o contagi, o entrambe le cose.
Il contatto fra culture differenti può scatenare soprusi se non è accompagnato da attenzione e rispetto.
L’intolleranza riemerge oggi come un meccanismo regolatore dei rapporti fra i singoli, tra i popoli, tra i gruppi, senza legarsi apparentemente ad un’ideologia, a una fede, ma come un mezzo abituale ed immediato per sgomberare il proprio percorso personale, vincere le paure, eliminare dal nostro orizzonte chi è diverso nella convinzione di affermare se stessi.
Sovente siamo portati ad immaginare che un certo grado di tolleranza nei confronti di chi è diverso possa essere un rimedio sufficiente a ridurre le differenze reciproche, ma, in realtà, per quanto efficace possa apparirci, questa strategia non è sempre praticabile.
L’incontro con culture differenti offre spesso opportunità preziose per estendere i confini della propria identità, ma può risultare anche profondamente disorientante. Quando infatti i mondi simbolici con cui entriamo in contatto sono costruiti in modo differente (se non contrastante) da quelli che ci sono noti e familiari,, allora può risultare difficile rimanere ancorati ai propri valori e nello stesso tempo apprezzarne di nuovi.
Ciò che entra in gioco non è più solo ciò che facciamo agli altri, ma ciò che facciamo a noi stessi, ossia ciò che diventiamo a partire dal momento in cui veniamo in contatto con un mondo simbolico diverso dal nostro.
E’ perciò di estrema importanza aprirsi al dialogo e prima di giudicare, capire.
Se poi, realmente, non possiamo spiegarci le differenze radicali, possiamo almeno sapere che esse esistono, ed essere preparati all’eventualità che, di tanto in tanto, ci capiti di affacciarci su abissi che lasciano vedere distanze incolmabili.
Acquistare questa consapevolezza è un passo importante nel processo di sviluppo del rispetto per l’altro.
Esso implica il riconoscere la diversità anche quando ci appare inaccettabile.
Ed è solo così che saremo in grado di vedere ed accettare il “diverso” per quello che è: una persona come noi, con una sua matrice culturale, con delle aspirazioni, con dei valori, con dei sentimenti, che non abbiamo il diritto di cancellare con la nostra indifferenza, o ancor peggio con i soprusi, nella convinzione che il nostro modo di vedere le cose sia l’unico valido.
Non esiste infatti alcuna giustificazione scientifica per la nostra naturale propensione a credere che il nostro mondo di valori sia migliore.
Essere solidali non vuol dire compatire, ma cambiare il nostro modo di vedere le cose, cambiare noi stessi e vedere negli altri semplicemente quello che sono: delle persone come noi, con pari dignità, diritti, doveri.

Antico detto classico:

Homo sum nihil liumani a me alienum puto.

(Sono uomo, non c’è nulla di umano che mi sia straniero)

Scusa per la lunghezza...
ma, mi conosci, non so essere breve...
Ciao Guru

Anonimo ha detto...

Dimenticavo...
Il 30 ci sarà lo sciopero indetto da Cgil-Cisl-Uil della scuola, che deve riuscire assolutamente,perchè c’è un tratto che unisce le lotte che vedono protagonisti lavoratori, nativi e immigrati, pensionati, ma anche magistrati, medici, ricercatori, rettori universitari, l’intero mondo della scuola (di quanti vi operano e dei cittadini che ne fruiscono):
è la consapevolezza che è necessario difendere il bene comune, in una riscoperta idea di giustizia e solidarietà.

Riciao Guru

Anonimo ha detto...

Lo sciopero di giovedì 30 ottobre probabilmente è l'ultima possibilità di far cambiare la strada che sta prendendo la nostra scuola pubblica. Ho partecipato ad assemblee spontanee nelle suole, a notti bianche, o come qualcuno le ha definite "occupazioni di luoghi pubblici". Tutti accomunati, genitori, corpo docente, studenti, nell'indignazione di una manovra che ha come unico fine, come ben recita l'articolo 4 "nell'ambito degli obiettivi di razionalizzazione ...... si costituiscono classi affidate ad unico insegnante con orari di 24 ore settimanali". Complimenti per aver posto al centro l'aspetto didattico e padagogico. A meno che questi aspetti siano stati presi in considerazione con l'introduzione del grembiulino, possibilmente con tanto di gagliardetto verde, od azzurro, od azzurro/verde. E' chiara la manovra di screditare, di svuotare il più possibile la scuola pubblica per favorire la scuola privata. Quindi ci saranno due scuole: quelle di serie A e di serie B. Noi genitori di Gussago ci siamo mobilitati. Parteciperemo numerosi alla manifestazione del 30. Ci saremo per fare festa con i nostri figli/e, per far capire a tutti che la nostra scuola pubblica è fatta anche di sorrisi, di accoglienza, di testimonianza di valori. Pertanto rivolgo un'invito a tutti: partecipiamo numerosi.
Cum panis Gianni