E
verificare, in primo luogo, se i principi fondativi che lo animano, cioè la sua
aspirazione universalistica, solidaristica e ugualitaria, reggono o meno la
prova della contrattazione, vale a dire della sua politica reale.
Ecco,
credo, a cosa dovrebbe approdare il XVII congresso della nostra organizzazione.
La dimensione planetaria della crisi,
l’effetto di spiazzamento conseguente ai processi di globalizzazione, di
delocalizzazione, di frantumazione del lavoro, hanno generato un senso di
impotenza e una propensione adattiva, ed i padroni hanno capito che è ormai
maturato il tempo di mettere a profitto il lungo processo che ha portato alla
subalternità, anche culturale, del lavoro al capitale.
E'
necessario oggi, anzi, è obbligatorio ora, ridare senso e dignità al ruolo del
lavoro, ridotto in questi vent'anni ad un ruolo puramente gregario rispetto
all'economia di mercato.
Non
sarà tutto, ma è molto, abbastanza in ogni caso da mettere in discussione le
consolidate convinzioni e le linee di politica economica sino ad oggi seguite
da quasi tutti i governi europei.
A
sostegno di questa necessaria svolta, ci sono, a mio avviso, fatti importanti:
a)
la constatazione che il capitale, lasciato a se stesso, si muove lungo una
ricerca di remunerazione del tutto indipendente, e spesso contrastante,
rispetto alla necessità di sviluppo equilibrato, sostenibile e armonico del
mondo;
b)
l'ormai evidente stagnazione e regressione dell'occupazione in tutti i paesi
sviluppati, che racconta come, nell'era della globalizzazione, il capitale si
sviluppi distruggendo forze produttive umane e collocando il valore lavoro,
merce fra le merci, al livello più basso offerto dal mercato;
c)
l'esorbitante dimensione speculativa, che non è una degenerazione patologica
del capitalismo, ma appartiene piuttosto alla sua fisiologia;
d)
l'enorme concentrazione della ricchezza e del potere, che ha come contraltare,
su scala planetaria, un impoverimento e un'espropriazione di beni essenziali
per una parte crescente della popolazione mondiale: chi produce, infatti,
coincide sempre meno con chi consuma;
e)
il ruolo di direzione dell'impresa sulla politica, sino alla deliberata resa
della sovranità dei governi e delle stesse carte costituenti nazionali alle
aspettative di profitto degli investitori;
f)
lo sfinimento della partecipazione popolare alla vita democratica, funzionale
ad una politica esangue, priva di progetti, ormai degradata nei riti mediatici
televisivi e distillata in una leadership sempre più incline a pratiche
autoritarie
Bisognerebbe
cioè mettere in discussione il paradigma mercatista e monetarista che riconosce
soltanto entità come il prodotto nazionale, l'inflazione, il debito e divinità
come il mercato e la borsa valori, per ricominciare dalla qualità dell'aria che
si respira, dell'acqua che si beve, della casa che si abita; dal lavoro e dai
diritti nel lavoro, dei bisogni, di salute, di sicurezza, di socialità, di cura
dei più deboli.
Che
sono, ecco il punto, non solo valori di civiltà, ma anche risorse
dell'economia.
Un'economia
restituita all'amministrazione degli esseri associati e non rivolta contro di
essi, o a favore di una porzione sola, ingorda ed infinitamente minoritaria.
La
grandezza di questo compito dice quanto tempo si è perso e quanto urgente sia
un ripensamento, una tensione nuova verso la riappropriazione umana dei fini e
dei destini.
Bisogna
provare a delineare un progetto, una piattaforma, capaci, ad un tempo, di
orientare la nostra iniziativa qui in Italia,
e tali da essere un ordito comune ad altre forze europee sindacali e sociali.
E'
necessario oggi intervenire nella politica economica con punti unificanti:
·
definire
regimi di tassazione delle intermediazioni finianziarie speculative
·
rivalutare
e dare centralità alle assemblee sovrane, vale a dire ai parlamenti eletti dai
cittadini, ridimensionando il ruolo esorbitante delle banche centrali
·
riformulare
l'idea di stato sociale, rigettando l'idea stessa della rincorsa alle
privatizzazioni di beni, risorse, servizi, prestazioni assistenziali e
previdenziali, perché in mano ai privati non possono garantire i principi fondamentali
dei diritti dei cittadini
·
una
carta europea dei diritti inalienabili dei lavoratori
·
una
nuova linea sindacale protesa a rimettere in moto un processo di
redistribuzione del reddito, degli enormi incrementi di produttività che sono
stati in questi anni completamente sottratti al lavoro e che devono poter
sostenere una rivalutazione del lavoro stesso
·
il
rigetto esplicito della pratica della flessibilità del lavoro intesa come messa
a disposizione incondizionata degli esseri umani e dell'intera organizzazione
sociale al processo di valorizzazione del capitale
·
una
vera politica strategica che impedisca il trasferimento all'estero dei siti
produttivi e il dumping contrattuale, perché accade ormai che i licenziamenti
di massa sono oggi la conseguenza di scelte strategiche deliberate. In realtà
non siamo dunque in presenza di una fuga dei posti di lavoro, ma di una fuga
delle multinazionali dall’impegno nei confronti della forza lavoro e
dell’occupazione.
Se a tutto questo poi consideriamo che
con il neoliberismo, il settore produttivo tende a crescere sempre meno, mentre
il settore finanziario speculativo diviene dominante, diventa evidente che la
situazione che stiamo attraversando è determinata da una crisi strutturale e
non solo congiunturale, che è una crisi di modello di civiltà che esige una
riformulazione di parametri a cui la logica del capitalismo non può più
rispondere.
…
fatta l'analisi del contesto politico-economico-sociale e detto in macro punti
ciò che per me dovrebbe essere la piattaforma conclusiva di questo
diciassettesimo congresso, non posso certo esimermi dal fare un'analisi di ciò
che la nostra azione sindacale ha prodotto nel periodo appena trascorso.
Devo
constatare quindi che in una fase di crescita economica per un periodo lungo di
tempo, la distribuzione del reddito ha penalizzato i salari, che la
riorganizzazione del lavoro è avvenuta all'insegna della precarizzazione, che i
diritti dei lavoratori si sono ridotti e, ancora, che il sistema di protezione
sociale non si è rafforzato in questi anni, ma si è depotenziato.
Da
tempo sostengo che questa situazione non avrebbe potuto durare e che il
rapporto con i lavoratori, la costruzione di una linea di effettiva autonomia
sindacale non potevano essere surrogati da un sistema di relazioni industriali
fondato sulla reciproca legittimazione di parti sociali in stato di non
belligeranza e da un governo fintamente concertativo.
Teoria
e pratiche tanto care ai colleghi delle altre organizzazioni, ma che , ahi me,
trovano sponda e attecchiscono anche all'interno della nostra organizzazione.
Accadono fatti che si incaricano di
produrre un’ulteriore, decisiva precipitazione, un salto di qualità che - anche
simbolicamente - dà il senso del mutamento che si va producendo. Bisogna aver ben chiaro che
c'è la scelta, apertamente dichiarata da Confindustria, di mettersi
definitivamente alle spalle una fase storica di rapporti sociali nel nostro
paese.
Una fase che,
nelle alterne vicende, ha visto un ruolo riconosciuto delle organizzazioni
sindacali ed un sistema di tutele e diritti che pur progressivamente eroso,
ancora manteneva una sua validità.
Oggi il padronato punta ad una
spallata definitiva, al colpo finale che può rovesciare un ciclo durato un
quarantennio. Torna, in forme persino più aspre e volgari, la sudditanza del
potere politico all’impresa; torna l’inclinazione pusillanime di una sinistra
moderata che non possiede né il coraggio né l’ambizione di un vero progetto di
cambiamento; torna il sindacalismo rinunciatario che decide di non combattere
ed abbandona il proletariato al suo destino. Un modello neo-corporativo nel quale
l’interesse dell’impresa - quali che siano le forme nelle quali si esprime -
viene fatto corrispondere con gli interessi generali.
Ecco perché è stato sbagliato firmare, in
pieno congresso, il regolamento attuativo del 10 gennaio 2014.
Ed è stato sbagliato nel metodo, ancora
prima che nel merito...
Prima il segretario generale firma e solo
dopo riunisce il comitato direttivo per averne il mandato, trasformando così
quel voto non in una discussione seria di ciò che contiene quel testo, ma
inevitabilmente in un voto sulla fiducia o meno al segretario generale stesso.
Accordo che avviene in piena fase
congressuale, con assemblee in corso e con segreteria e comitato direttivo
dimissionario!
Fra l'altro, mi preme anche sottolineare
che così facendo, si determina una cosa gravissima, perché il merito non è di
poco conto... perché abbiamo raccolto firme per una legge che stabilisse le
regole della rappresentanza, perché da anni la nostra organizzazione si batte
per questo...
con questo regolamento si determina una
cosa gravissima... della democrazia in CGIL, e quindi una questione di merito e
di metodo
Con quel testo viene infatti considerata
la democrazia non come un diritto dei lavoratori e quindi come tale da definire
legislativamente, ma come un problema sindacale, divenendo materia negoziabile.
Si definisce insomma
una
concezione proprietaria della democrazia, da parte delle organizzazioni
sindacali, che definiscono tra di loro e assieme alla Confindustria un patto
neo-corporativo per auto tutelarsi a vicenda. Questa è la verità.
Sottoscrivere atti di umiliazione e di autolesionismo: ecco quello che mai e poi mai un sindacato degno di tal nome dovrebbe in alcun caso permettersi.
Sottoscrivere atti di umiliazione e di autolesionismo: ecco quello che mai e poi mai un sindacato degno di tal nome dovrebbe in alcun caso permettersi.
Rimango
infatti convinta che se l'esigenza di mutamento era matura già prima, oggi è
perfino manifesta e il goffo tentativo di rimettere in sesto vecchi e logori
schemi lungo una linea di sostanziale continuità, esprima una vera e propria
coazione a ripetere, un limite culturale che pensavo potesse essere colmato
attraverso un impegno collettivo di discussione a 360 gradi, scevro da
pregiudizi, spinto da ideali alti, in quel riconoscimento del pluralismo come
ricchezza di idee e non come senso di appartenenza che esclude e non include.
Da
questa mia convinzione matura l'idea della strada emendataria, proprio perché
penso che il congresso della CGIL sarebbe potuto essere l'occasione per
cogliere la sfida, per ricostruire un punto di coagulo che faccia davvero leva
sui lavoratori, non occultando le differenze dentro unanimismi ipocriti, ma rendendole
esplicite, chiamando alla discussione aperta, alla ricerca, al confronto
serrato e dirimente su opzioni diverse che ambiscono però a parlarsi e non a
chiudersi dentro ambiti incomunicabili per custodire inossidabili verità.
Questa
dovrebbe essere stata l'ambizione di un gruppo dirigente non assillato
dall'ossessione della propria sopravvivenza burocratica, questo dovrebbe essere
l'intento di quella parte a cui piace definirsi critica, ma che al dunque non
batte un colpo, nemmeno partecipando agli scioperi unitari ne a quelli della
sola Cgil, della sola camera del lavoro di Brescia, perché seppur da loro
rivendicati a gran voce, sempre poi ritenuti inefficaci e insufficienti, e
quindi superflua l'adesione e la partecipazione..
Questa
dovrebbe essere la sfida di una vera sinistra sindacale non ingessata nella
propria auto referenzialità!
Rompere,
non alzare il recinto; reingaggiarsi, investire il patrimonio di elaborazione e
di proposta che si possiede, non ridurre la propria ambizione ad una conta che
potrà al massimo assicurare qualche punto in percentuale in più, ma non produce
quella discontinuità di linea e pratica sindacale che è nelle intenzioni
dichiarate..
Ecco
allora la mia scelta di discutere di merito, di confronto.. della mia pratica
sindacale, che mi appartiene dal lontano 95... ecco il mio rifiuto di voler
fare un congresso da separati in casa a tutti i costi, relegando la sinistra
sindacale al solo ruolo di opposizione, di pura testimonianza del dissenso e
consegnare così la linea politica della confederazione a quella maggioranza
nazionale che la gestisce come affare privato.
Convinzione
certo, che nasce dalla mia esperienza sindacale, di fabbrica, di categoria, di
appartenenza alla sinistra sindacale da sempre, ma a quella sinistra sindacale
che non si è mai sottratta al confronto e che ha fatto del suo baluardo la
pratica contrattuale e il rapporto di rappresentanza che ha saputo costruire
con i lavoratori attraverso l'esercizio della piena democrazia..
La
pratica contrattuale è il terreno più difficile perché non concede sconti a
nessuno: espone alla prova della coerenza ed educa alla responsabilità.
Perché
vedete... è semplice rivendicare questioni di principio e scoprire, che
nonostante le nostre convinzioni e la nostra certezza della correttezza delle
nostre proposte, i lavoratori che rappresentiamo vogliono altro..
e
allora può accadere che di fronte ad una comunicazione di trasferimento di sito
produttivo con relative perdite di posti di lavoro, avvengano situazione
particolari dove in talune aziende si riesce a fermare ad oltranza le
produzioni e cercare soluzioni diverse e in altre invece, le nostre stesse rsu
ci dicono che non si possono fare ore di sciopero, o solo poche ore, ma che
vanno individuate strade e soluzioni diverse..
Certo
non può accadere però che la nostra pratica sindacale, con il pieno esercizio
della democrazia, faccia ritenere validi o meno i referendum dei lavoratori a
seconda dell'esito stesso dei referendum, perché ci piaccia o meno, educare
alla responsabilità, significa avere grande onestà intellettuale e non pensare
che la democrazia vada considerata una pratica da usare solo quando l'esito è
quello da noi sperato.. c'è una cosa che mi preme dire, ogni pensiero e
convinzione diversa dalla nostra è legittima e va rispettata sempre, perché
appunto, il pluralismo di idee è una ricchezza della Cgil non qualcosa da
demonizzare,ma il rispetto dell'altro è condizione indispensabile della comune
convivenza.
Quindi
se traggo un bilancio del mio operato all'interno di questa organizzazione non
posso che registrare come fatto positivo l'aver condiviso, con la segreteria,
con il direttivo... la progettualità, le strategie, la partecipazione, il
destino di tanti lavoratori e lavoratrici, di tante rsu, con le quali ho avuto
modo di confrontarmi, di scontrarmi, anche aspramente, ma di aver condiviso le
strade ritenute in quel contesto dato, le migliori per tutelare al meglio i
lavoratori, sempre spinti reciprocamente dal rispetto e dall'onestà
intellettuale.
Ma
registro anche una sorta di amarezza verso chi, non ha saputo usarmi lo stesso
trattamento, arrivando addirittura a tacciarmi come una compagna che si
nasconde dietro alle debolezze dei lavoratori per rincorre false unità
sindacali, giudizio lapidario che mi è stato affibbiato invece per giustificare
giuste convinzioni ideologiche, direi anche le mie, ma la sua debolezza di
rappresentanza e quindi di messa in campo di quelle azioni di forza che sono
l'ultima spiaggia per determinare il cambiamento della deriva di una vertenza
sindacale.
Amarezza,
non delusione, e chi mi conosce sa perfettamente che il mio spirito non è certo
unitario, e quindi sorrido, perché per i compagni e le compagne che per me
contano davvero, so di aver imparato da loro tanto e di aver cercato nel mio
piccolo di trasmettere qualcosa di mio anche a loro...
Perché
vedete, sono la stessa compagna che era a fianco dei compagni della cf gomma il
primo maggio, cofautrice di quello striscione, e la mia coerenza non può certo
essere messa in discussione da lavoratori e lavoratrici che spesso non hanno la
lungimiranza di guardare oltre e così presuntuosi da nascondersi, loro si,
dietro ideologie senza progettualità e che non tengono conto che noi abbiamo un
dovere, ed è l'integrità futura del lavoratore.
Ad
essere più a sinistra con le parole siamo capaci tutti, in alcune assemblee
perfino i colleghi cisl e uil ci riescono... ma il metro di misura sono poi i
fatti, il merito, la pratica sindacale e contrattuale, l'esercizio della piena
democrazia... perché questo terreno non concede sconti a nessuno.
Dalla pratica sindacale dovremo infatti
partire per lanciare una grande battaglia per la riaffermazione dei diritti,
con parole chiare e una linea che dice che i diritti non si spalmano,
riducendone qualità e copertura, ma che i diritti si estendono, a partire dalla
riappropriazione dell'art. 18 e dalla sua estensione.
Questa è la frontiera dell’uguaglianza,
che può permetterci di arrivare a quei milioni di persone che vivono e lavorano
nella precarietà, ma che sono tutt’altro che propensi a rassegnarsi ad un
destino di sfruttamento e di emarginazione.
Dovremo lavorare per un mondo diverso,
dove globalizzare non solo il mercato ma anche i diritti, soprattutto alla luce
dei catastrofici eventi che si stanno verificando a livello internazionale.
La pace dell’ultimo mezzo secolo ha visto
infatti infiniti conflitti, eccidi, esodi, fame, malattie accanirsi su intere
popolazioni, suscitando il nostro sdegno, il nostro dolore, la nostra rabbia e
il nostro desiderio di costruire nel mondo, un ordine che non contempli più la
morte come un’ipotesi plausibile dell’agire politico degli uomini.
E’ un compito difficile ed impegnativo e
ci coinvolgerà tutti, ma è anche una sfida entusiasmante per il futuro gruppo
dirigente che dovrà essere in grado di procedere con determinazione e con
criteri chiari e trasparenti, e che avrà un successo garantito solo se saprà
uscire dalle stanze dei bottoni per coinvolgere e far partecipare i lavoratori
quali protagonisti decisivi del lavoro che ci attende.
La realtà che stiamo vivendo esige
profondi cambiamenti, sia in ambito teorico che in ambito pratico, per
costruire una società che si basi su principi che seguono parametri totalmente
diversi dalla logica attuale:
dall’uso sostenibile delle risorse
naturali, alla loro appropriazione sociale,
da una risposta concreta alle necessità
delle persone, a partire dal salario, ad una democrazia generalizzata a tutte
le relazioni sociali, politiche, economiche, culturali e di genere, ed infine
la multiculturalità, permettendo così a tutte le culture, saperi, filosofie e
religioni di dare il proprio contributo alla costruzione di una nuova società,
di una nuova civiltà che abbia al suo interno la consapevolezza che è
necessario difendere il bene comune in una riscoperta idea di giustizia e
solidarietà.
Vi devo rubare ancora qualche minuto
Chiedo subito scusa per due ragioni:
* la prima, per aver preparato questo intervento
scritto, dettato dal voler arginare e tenere sotto controllo la mia emotività
* la seconda, perché nonostante questo,
probabilmente, mi emozionerò lo stesso.
Benché queste poche righe, che servono da ringraziamento
personale al compagna Sonia, sono frutto delle mie emozioni, delle mie
sensazioni vissute in questi anni di relazione lavorativa con lei e sfociate in
una splendida amicizia, e che quindi
scaturiscono da eventi soggettivi, ma che hanno lasciato un segno tangibile
nella formazione della mia persona, cercherò di trovare una formula per poterli
condividere con voi.
Parlare di Sonia significa parlare di passione...
sonia la pasionaria... come ti chiamerebbero i cubani... sì, perché lei è stata
passione allo stato puro... passione applicata a quella convinzione comune che
la costruzione di una società diversa e più giusta, non può che essere una
conquista collettiva, faticosa, fatta di tappe successive da superare giorno
per giorno insieme alla gente, ai lavoratori e alle lavoratrici che hanno
attraversato il suo percorso e continueranno a farlo... sapete.. io nascevo nel
febbraio del 1974 e lei era in piazza Loggia quel 28 maggio....
Ma Sonia è stata anche la coraggiosa... con il
coraggio di andare controcorrente, di saper innovare, di rischiare in prima
persona senza rete protettiva, senza nascondersi dietro le debolezze dei
lavoratori, ma cercando di trasformare quelle debolezze, con le parole e la
pazienza, in forza comune e lasciando a tutti un grande esempio di autonomia di
pensiero e di libertà.
Il coraggio di uscire dagli schemi tradizionali, di
non rinunciare alle sue idee, di essere coerente con il mandato ricevuto, anche
se diverso o un po' distante dalle proprie convinzioni ideologiche, per poter
portare un contributo alla ricerca collettiva della strada giusta da seguire.
Ma Sonia è stata anche la mamma, protettiva,
generosa... nel suo modo di fare quotidiano, nel suo stesso modo di essere.
Generosità nel suo approccio con gli altri andando
oltre le appartenenze politiche, le differenze culturali...
Sonia la puntigliosa, caparbia fino allo
sfinimento... a volte penso che i risultati più insperati sono venuti proprio
dalla tua tenacia, dal non mollare mai..
Ci sono dei frangenti della nostra vita nei quali
il dominio della ragione rischia di cedere al tumulo dei sentimenti.
Il distacco è sempre doloroso per tutti gli attori
coinvolti, ma soprattutto per chi va in pensione dopo aver passato la maggior
parte della sua vita facendo sindacato.
E allora, come disse Luciano Lama:
“ Quando arriva l’autunno della nostra esperienza,
bisogna riuscire a non cedere al rimpianto del passato, a non chiudersi nella
malinconia…
L’autunno del destino sa regalarti ancora dei raggi
di sole per guardare con fiducia al frutto del seme coltivato per una vita, per
poter scoprire che finalmente matura un gran bel raccolto. In quel tepore
ritrovi la serenità di affrontare il domani con la coscienza di non aver
seminato invano, anche se da domani, toccherà ad altri”
La Cgil mi ha fatto come sono, mi ha dato le
ragioni più profonde e grandi di vita e di lotta, mi ha dato una cultura,
un’etica, un’educazione sociale e politica divenute parte inscindibile della
mia persona.
E la Cgil è fatta di uomini e donne, tra cui Sonia,
al quale va il mio più sentito ringraziamento per aver contribuito insieme agli
altri ad offrirmi una vita piena, una causa grande e una ragione giusta di
impegno e di lotta.
E allora grazie Sonia, la rivoluzionaria... e come
scrisse il Che..
“Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici, Sì,
è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli pronti a morire per le
cose in cui crediamo”
2 commenti:
Baratto sindaco
Semmai Tosoni Sindaca........
Posta un commento