giovedì 27 febbraio 2014

2° Congresso territoriale Filctem Cgil - Intervento di Sonia Tosoni



A qualsiasi sindacato che si rispetti, anche al più incline ad una interpretazione pragmatica del proprio ruolo, tocca, prima o poi, tirare le somme, stilare un bilancio consolidato della propria azione, misurare, su lasso di tempo ragionevole, l'efficacia delle proprie politiche, avendo come riferimento la condizione materiale di vita e di lavoro di chi si erge a rappresentare.
E verificare, in primo luogo, se i principi fondativi che lo animano, cioè la sua aspirazione universalistica, solidaristica e ugualitaria, reggono o meno la prova della contrattazione, vale a dire della sua politica reale.
Ecco, credo, a cosa dovrebbe approdare il XVII congresso della nostra organizzazione.
La dimensione planetaria della crisi, l’effetto di spiazzamento conseguente ai processi di globalizzazione, di delocalizzazione, di frantumazione del lavoro, hanno generato un senso di impotenza e una propensione adattiva, ed i padroni hanno capito che è ormai maturato il tempo di mettere a profitto il lungo processo che ha portato alla subalternità, anche culturale, del lavoro al capitale.
E' necessario oggi, anzi, è obbligatorio ora, ridare senso e dignità al ruolo del lavoro, ridotto in questi vent'anni ad un ruolo puramente gregario rispetto all'economia di mercato.
Non sarà tutto, ma è molto, abbastanza in ogni caso da mettere in discussione le consolidate convinzioni e le linee di politica economica sino ad oggi seguite da quasi tutti i governi europei.
A sostegno di questa necessaria svolta, ci sono, a mio avviso, fatti importanti:
a) la constatazione che il capitale, lasciato a se stesso, si muove lungo una ricerca di remunerazione del tutto indipendente, e spesso contrastante, rispetto alla necessità di sviluppo equilibrato, sostenibile e armonico del mondo;
b) l'ormai evidente stagnazione e regressione dell'occupazione in tutti i paesi sviluppati, che racconta come, nell'era della globalizzazione, il capitale si sviluppi distruggendo forze produttive umane e collocando il valore lavoro, merce fra le merci, al livello più basso offerto dal mercato;
c) l'esorbitante dimensione speculativa, che non è una degenerazione patologica del capitalismo, ma appartiene piuttosto alla sua fisiologia;
d) l'enorme concentrazione della ricchezza e del potere, che ha come contraltare, su scala planetaria, un impoverimento e un'espropriazione di beni essenziali per una parte crescente della popolazione mondiale: chi produce, infatti, coincide sempre meno con chi consuma;
e) il ruolo di direzione dell'impresa sulla politica, sino alla deliberata resa della sovranità dei governi e delle stesse carte costituenti nazionali alle aspettative di profitto degli investitori;
f) lo sfinimento della partecipazione popolare alla vita democratica, funzionale ad una politica esangue, priva di progetti, ormai degradata nei riti mediatici televisivi e distillata in una leadership sempre più incline a pratiche autoritarie

Bisognerebbe cioè mettere in discussione il paradigma mercatista e monetarista che riconosce soltanto entità come il prodotto nazionale, l'inflazione, il debito e divinità come il mercato e la borsa valori, per ricominciare dalla qualità dell'aria che si respira, dell'acqua che si beve, della casa che si abita; dal lavoro e dai diritti nel lavoro, dei bisogni, di salute, di sicurezza, di socialità, di cura dei più deboli.
Che sono, ecco il punto, non solo valori di civiltà, ma anche risorse dell'economia.
Un'economia restituita all'amministrazione degli esseri associati e non rivolta contro di essi, o a favore di una porzione sola, ingorda ed infinitamente minoritaria.
La grandezza di questo compito dice quanto tempo si è perso e quanto urgente sia un ripensamento, una tensione nuova verso la riappropriazione umana dei fini e dei destini.
Bisogna provare a delineare un progetto, una piattaforma, capaci, ad un tempo, di orientare la nostra iniziativa qui in  Italia, e tali da essere un ordito comune ad altre forze europee sindacali e sociali.
E' necessario oggi intervenire nella politica economica con punti unificanti:
·        definire regimi di tassazione delle intermediazioni finianziarie speculative
·        rivalutare e dare centralità alle assemblee sovrane, vale a dire ai parlamenti eletti dai cittadini, ridimensionando il ruolo esorbitante delle banche centrali
·        riformulare l'idea di stato sociale, rigettando l'idea stessa della rincorsa alle privatizzazioni di beni, risorse, servizi, prestazioni assistenziali e previdenziali, perché in mano ai privati non possono garantire i principi fondamentali dei diritti dei cittadini
·        una carta europea dei diritti inalienabili dei lavoratori
·        una nuova linea sindacale protesa a rimettere in moto un processo di redistribuzione del reddito, degli enormi incrementi di produttività che sono stati in questi anni completamente sottratti al lavoro e che devono poter sostenere una rivalutazione del lavoro stesso
·        il rigetto esplicito della pratica della flessibilità del lavoro intesa come messa a disposizione incondizionata degli esseri umani e dell'intera organizzazione sociale al processo di valorizzazione del capitale
·        una vera politica strategica che impedisca il trasferimento all'estero dei siti produttivi e il dumping contrattuale, perché accade ormai che i licenziamenti di massa sono oggi la conseguenza  di scelte strategiche deliberate. In realtà non siamo dunque in presenza di una fuga dei posti di lavoro, ma di una fuga delle multinazionali dall’impegno nei confronti della forza lavoro e dell’occupazione.
Se a tutto questo poi consideriamo che con il neoliberismo, il settore produttivo tende a crescere sempre meno, mentre il settore finanziario speculativo diviene dominante, diventa evidente che la situazione che stiamo attraversando è determinata da una crisi strutturale e non solo congiunturale, che è una crisi di modello di civiltà che esige una riformulazione di parametri a cui la logica del capitalismo non può più rispondere.
… fatta l'analisi del contesto politico-economico-sociale e detto in macro punti ciò che per me dovrebbe essere la piattaforma conclusiva di questo diciassettesimo congresso, non posso certo esimermi dal fare un'analisi di ciò che la nostra azione sindacale ha prodotto nel periodo appena trascorso.
Devo constatare quindi che in una fase di crescita economica per un periodo lungo di tempo, la distribuzione del reddito ha penalizzato i salari, che la riorganizzazione del lavoro è avvenuta all'insegna della precarizzazione, che i diritti dei lavoratori si sono ridotti e, ancora, che il sistema di protezione sociale non si è rafforzato in questi anni, ma si è depotenziato.
Da tempo sostengo che questa situazione non avrebbe potuto durare e che il rapporto con i lavoratori, la costruzione di una linea di effettiva autonomia sindacale non potevano essere surrogati da un sistema di relazioni industriali fondato sulla reciproca legittimazione di parti sociali in stato di non belligeranza e da un governo fintamente concertativo.
Teoria e pratiche tanto care ai colleghi delle altre organizzazioni, ma che , ahi me, trovano sponda e attecchiscono anche all'interno della nostra organizzazione.
Accadono fatti che si incaricano di produrre un’ulteriore, decisiva precipitazione, un salto di qualità che - anche simbolicamente - dà il senso del mutamento che si va producendo.                                               Bisogna aver ben chiaro che c'è la scelta, apertamente dichiarata da Confindustria, di mettersi definitivamente alle spalle una fase storica di rapporti sociali nel nostro paese.                                                              Una fase che, nelle alterne vicende, ha visto un ruolo riconosciuto delle organizzazioni sindacali ed un sistema di tutele e diritti che pur progressivamente eroso, ancora manteneva una sua validità.                                       
Oggi il padronato punta ad una spallata definitiva, al colpo finale che può rovesciare un ciclo durato un quarantennio. Torna, in forme persino più aspre e volgari, la sudditanza del potere politico all’impresa; torna l’inclinazione pusillanime di una sinistra moderata che non possiede né il coraggio né l’ambizione di un vero progetto di cambiamento; torna il sindacalismo rinunciatario che decide di non combattere ed abbandona il proletariato al suo destino. Un modello neo-corporativo nel quale l’interesse dell’impresa - quali che siano le forme nelle quali si esprime - viene fatto corrispondere con gli interessi generali.
Ecco perché è stato sbagliato firmare, in pieno congresso, il regolamento attuativo del 10 gennaio 2014.
Ed è stato sbagliato nel metodo, ancora prima che nel merito...
Prima il segretario generale firma e solo dopo riunisce il comitato direttivo per averne il mandato, trasformando così quel voto non in una discussione seria di ciò che contiene quel testo, ma inevitabilmente in un voto sulla fiducia o meno al segretario generale stesso.
Accordo che avviene in piena fase congressuale, con assemblee in corso e con segreteria e comitato direttivo dimissionario!
Fra l'altro, mi preme anche sottolineare che così facendo, si determina una cosa gravissima, perché il merito non è di poco conto... perché abbiamo raccolto firme per una legge che stabilisse le regole della rappresentanza, perché da anni la nostra organizzazione si batte per questo...
con questo regolamento si determina una cosa gravissima... della democrazia in CGIL, e quindi una questione di merito e di metodo
Con quel testo viene infatti considerata la democrazia non come un diritto dei lavoratori e quindi come tale da definire legislativamente, ma come un problema sindacale, divenendo materia negoziabile. Si definisce insomma
una concezione proprietaria della democrazia, da parte delle organizzazioni sindacali, che definiscono tra di loro e assieme alla Confindustria un patto neo-corporativo per auto tutelarsi a vicenda. Questa è la verità.
Sottoscrivere atti di umiliazione e di autolesionismo: ecco quello che mai e poi mai un sindacato degno di tal nome dovrebbe in alcun caso permettersi.
Rimango infatti convinta che se l'esigenza di mutamento era matura già prima, oggi è perfino manifesta e il goffo tentativo di rimettere in sesto vecchi e logori schemi lungo una linea di sostanziale continuità, esprima una vera e propria coazione a ripetere, un limite culturale che pensavo potesse essere colmato attraverso un impegno collettivo di discussione a 360 gradi, scevro da pregiudizi, spinto da ideali alti, in quel riconoscimento del pluralismo come ricchezza di idee e non come senso di appartenenza che esclude e non include.
Da questa mia convinzione matura l'idea della strada emendataria, proprio perché penso che il congresso della CGIL sarebbe potuto essere l'occasione per cogliere la sfida, per ricostruire un punto di coagulo che faccia davvero leva sui lavoratori, non occultando le differenze dentro unanimismi ipocriti, ma rendendole esplicite, chiamando alla discussione aperta, alla ricerca, al confronto serrato e dirimente su opzioni diverse che ambiscono però a parlarsi e non a chiudersi dentro ambiti incomunicabili per custodire inossidabili verità.
Questa dovrebbe essere stata l'ambizione di un gruppo dirigente non assillato dall'ossessione della propria sopravvivenza burocratica, questo dovrebbe essere l'intento di quella parte a cui piace definirsi critica, ma che al dunque non batte un colpo, nemmeno partecipando agli scioperi unitari ne a quelli della sola Cgil, della sola camera del lavoro di Brescia, perché seppur da loro rivendicati a gran voce, sempre poi ritenuti inefficaci e insufficienti, e quindi superflua l'adesione e la partecipazione..
Questa dovrebbe essere la sfida di una vera sinistra sindacale non ingessata nella propria auto referenzialità!
Rompere, non alzare il recinto; reingaggiarsi, investire il patrimonio di elaborazione e di proposta che si possiede, non ridurre la propria ambizione ad una conta che potrà al massimo assicurare qualche punto in percentuale in più, ma non produce quella discontinuità di linea e pratica sindacale che è nelle intenzioni dichiarate..
Ecco allora la mia scelta di discutere di merito, di confronto.. della mia pratica sindacale, che mi appartiene dal lontano 95... ecco il mio rifiuto di voler fare un congresso da separati in casa a tutti i costi, relegando la sinistra sindacale al solo ruolo di opposizione, di pura testimonianza del dissenso e consegnare così la linea politica della confederazione a quella maggioranza nazionale che la gestisce come affare privato.
Convinzione certo, che nasce dalla mia esperienza sindacale, di fabbrica, di categoria, di appartenenza alla sinistra sindacale da sempre, ma a quella sinistra sindacale che non si è mai sottratta al confronto e che ha fatto del suo baluardo la pratica contrattuale e il rapporto di rappresentanza che ha saputo costruire con i lavoratori attraverso l'esercizio della piena democrazia..
La pratica contrattuale è il terreno più difficile perché non concede sconti a nessuno: espone alla prova della coerenza ed educa alla responsabilità.
Perché vedete... è semplice rivendicare questioni di principio e scoprire, che nonostante le nostre convinzioni e la nostra certezza della correttezza delle nostre proposte, i lavoratori che rappresentiamo vogliono altro..
e allora può accadere che di fronte ad una comunicazione di trasferimento di sito produttivo con relative perdite di posti di lavoro, avvengano situazione particolari dove in talune aziende si riesce a fermare ad oltranza le produzioni e cercare soluzioni diverse e in altre invece, le nostre stesse rsu ci dicono che non si possono fare ore di sciopero, o solo poche ore, ma che vanno individuate strade e soluzioni diverse..
Certo non può accadere però che la nostra pratica sindacale, con il pieno esercizio della democrazia, faccia ritenere validi o meno i referendum dei lavoratori a seconda dell'esito stesso dei referendum, perché ci piaccia o meno, educare alla responsabilità, significa avere grande onestà intellettuale e non pensare che la democrazia vada considerata una pratica da usare solo quando l'esito è quello da noi sperato.. c'è una cosa che mi preme dire, ogni pensiero e convinzione diversa dalla nostra è legittima e va rispettata sempre, perché appunto, il pluralismo di idee è una ricchezza della Cgil non qualcosa da demonizzare,ma il rispetto dell'altro è condizione indispensabile della comune convivenza.
Quindi se traggo un bilancio del mio operato all'interno di questa organizzazione non posso che registrare come fatto positivo l'aver condiviso, con la segreteria, con il direttivo... la progettualità, le strategie, la partecipazione, il destino di tanti lavoratori e lavoratrici, di tante rsu, con le quali ho avuto modo di confrontarmi, di scontrarmi, anche aspramente, ma di aver condiviso le strade ritenute in quel contesto dato, le migliori per tutelare al meglio i lavoratori, sempre spinti reciprocamente dal rispetto e dall'onestà intellettuale.
Ma registro anche una sorta di amarezza verso chi, non ha saputo usarmi lo stesso trattamento, arrivando addirittura a tacciarmi come una compagna che si nasconde dietro alle debolezze dei lavoratori per rincorre false unità sindacali, giudizio lapidario che mi è stato affibbiato invece per giustificare giuste convinzioni ideologiche, direi anche le mie, ma la sua debolezza di rappresentanza e quindi di messa in campo di quelle azioni di forza che sono l'ultima spiaggia per determinare il cambiamento della deriva di una vertenza sindacale.
Amarezza, non delusione, e chi mi conosce sa perfettamente che il mio spirito non è certo unitario, e quindi sorrido, perché per i compagni e le compagne che per me contano davvero, so di aver imparato da loro tanto e di aver cercato nel mio piccolo di trasmettere qualcosa di mio anche a loro...
Perché vedete, sono la stessa compagna che era a fianco dei compagni della cf gomma il primo maggio, cofautrice di quello striscione, e la mia coerenza non può certo essere messa in discussione da lavoratori e lavoratrici che spesso non hanno la lungimiranza di guardare oltre e così presuntuosi da nascondersi, loro si, dietro ideologie senza progettualità e che non tengono conto che noi abbiamo un dovere, ed è l'integrità futura del lavoratore.
Ad essere più a sinistra con le parole siamo capaci tutti, in alcune assemblee perfino i colleghi cisl e uil ci riescono... ma il metro di misura sono poi i fatti, il merito, la pratica sindacale e contrattuale, l'esercizio della piena democrazia... perché questo terreno non concede sconti a nessuno.
Dalla pratica sindacale dovremo infatti partire per lanciare una grande battaglia per la riaffermazione dei diritti, con parole chiare e una linea che dice che i diritti non si spalmano, riducendone qualità e copertura, ma che i diritti si estendono, a partire dalla riappropriazione dell'art. 18 e dalla sua estensione.
Questa è la frontiera dell’uguaglianza, che può permetterci di arrivare a quei milioni di persone che vivono e lavorano nella precarietà, ma che sono tutt’altro che propensi a rassegnarsi ad un destino di sfruttamento e di emarginazione.
Dovremo essere in grado di ingaggiare una battaglia culturale che contrapponga alla guerra di civiltà, l’ibridazione fra culture, la legittimità in se e per se, del progetto migratorio, partendo dalla rivendicazione di una legge che affermi la cittadinanza di prossimità e tale da garantire ad ogni persona i diritti che devono essere riconosciuti ad ogni essere umano in quanto tale.
Dovremo lavorare per un mondo diverso, dove globalizzare non solo il mercato ma anche i diritti, soprattutto alla luce dei catastrofici eventi che si stanno verificando a livello internazionale.
La pace dell’ultimo mezzo secolo ha visto infatti infiniti conflitti, eccidi, esodi, fame, malattie accanirsi su intere popolazioni, suscitando il nostro sdegno, il nostro dolore, la nostra rabbia e il nostro desiderio di costruire nel mondo, un ordine che non contempli più la morte come un’ipotesi plausibile dell’agire politico degli uomini.
E’ un compito difficile ed impegnativo e ci coinvolgerà tutti, ma è anche una sfida entusiasmante per il futuro gruppo dirigente che dovrà essere in grado di procedere con determinazione e con criteri chiari e trasparenti, e che avrà un successo garantito solo se saprà uscire dalle stanze dei bottoni per coinvolgere e far partecipare i lavoratori quali protagonisti decisivi del lavoro che ci attende.
La realtà che stiamo vivendo esige profondi cambiamenti, sia in ambito teorico che in ambito pratico, per costruire una società che si basi su principi che seguono parametri totalmente diversi dalla logica attuale:
dall’uso sostenibile delle risorse naturali, alla loro appropriazione sociale,
da una risposta concreta alle necessità delle persone, a partire dal salario, ad una democrazia generalizzata a tutte le relazioni sociali, politiche, economiche, culturali e di genere, ed infine la multiculturalità, permettendo così a tutte le culture, saperi, filosofie e religioni di dare il proprio contributo alla costruzione di una nuova società, di una nuova civiltà che abbia al suo interno la consapevolezza che è necessario difendere il bene comune in una riscoperta idea di giustizia e solidarietà.
 
Vi devo rubare ancora qualche minuto

Chiedo subito scusa per due ragioni:

* la prima, per aver preparato questo intervento scritto, dettato dal voler arginare e tenere sotto controllo la mia emotività
* la seconda, perché nonostante questo, probabilmente, mi emozionerò lo stesso.
Benché queste poche righe, che servono da ringraziamento personale al compagna Sonia, sono frutto delle mie emozioni, delle mie sensazioni vissute in questi anni di relazione lavorativa con lei e sfociate in una splendida amicizia,  e che quindi scaturiscono da eventi soggettivi, ma che hanno lasciato un segno tangibile nella formazione della mia persona, cercherò di trovare una formula per poterli condividere con voi.
Parlare di Sonia significa parlare di passione... sonia la pasionaria... come ti chiamerebbero i cubani... sì, perché lei è stata passione allo stato puro... passione applicata a quella convinzione comune che la costruzione di una società diversa e più giusta, non può che essere una conquista collettiva, faticosa, fatta di tappe successive da superare giorno per giorno insieme alla gente, ai lavoratori e alle lavoratrici che hanno attraversato il suo percorso e continueranno a farlo... sapete.. io nascevo nel febbraio del 1974 e lei era in piazza Loggia quel 28 maggio....
Ma Sonia è stata anche la coraggiosa... con il coraggio di andare controcorrente, di saper innovare, di rischiare in prima persona senza rete protettiva, senza nascondersi dietro le debolezze dei lavoratori, ma cercando di trasformare quelle debolezze, con le parole e la pazienza, in forza comune e lasciando a tutti un grande esempio di autonomia di pensiero e di libertà.
Il coraggio di uscire dagli schemi tradizionali, di non rinunciare alle sue idee, di essere coerente con il mandato ricevuto, anche se diverso o un po' distante dalle proprie convinzioni ideologiche, per poter portare un contributo alla ricerca collettiva della strada giusta da seguire.
Ma Sonia è stata anche la mamma, protettiva, generosa... nel suo modo di fare quotidiano, nel suo stesso modo di essere.
Generosità nel suo approccio con gli altri andando oltre le appartenenze politiche, le differenze culturali...
Sonia la puntigliosa, caparbia fino allo sfinimento... a volte penso che i risultati più insperati sono venuti proprio dalla tua tenacia, dal non mollare mai..
Ci sono dei frangenti della nostra vita nei quali il dominio della ragione rischia di cedere al tumulo dei sentimenti.
Il distacco è sempre doloroso per tutti gli attori coinvolti, ma soprattutto per chi va in pensione dopo aver passato la maggior parte della sua vita facendo sindacato.
E allora, come disse Luciano Lama:
“ Quando arriva l’autunno della nostra esperienza, bisogna riuscire a non cedere al rimpianto del passato, a non chiudersi nella malinconia…
L’autunno del destino sa regalarti ancora dei raggi di sole per guardare con fiducia al frutto del seme coltivato per una vita, per poter scoprire che finalmente matura un gran bel raccolto. In quel tepore ritrovi la serenità di affrontare il domani con la coscienza di non aver seminato invano, anche se da domani, toccherà ad altri”

La Cgil mi ha fatto come sono, mi ha dato le ragioni più profonde e grandi di vita e di lotta, mi ha dato una cultura, un’etica, un’educazione sociale e politica divenute parte inscindibile della mia persona.
E la Cgil è fatta di uomini e donne, tra cui Sonia, al quale va il mio più sentito ringraziamento per aver contribuito insieme agli altri ad offrirmi una vita piena, una causa grande e una ragione giusta di impegno e di lotta.

E allora grazie Sonia, la rivoluzionaria... e come scrisse il Che..

“Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici, Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli pronti a morire per le cose in cui crediamo”

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Baratto sindaco

leonardo BARATTO ha detto...

Semmai Tosoni Sindaca........