Presidi importanti a Brescia e in tutta Italia, contro il continuo bombardamento in Medio Oriente. 
Israele ha continuato a bombardare la Striscia di Gaza fin dalle prime ore di venerdì, settimo giorno dell'offensiva Piombo fuso che ha già fatto oltre 420 morti e 2.180 feriti. Mentre lungo il confine con il Territorio palestinese sono ammassati soldati e carri armati per la probabile offensiva terrestre, l'esercito ha autorizzato l'evacuazione degli stranieri residenti a Gaza.
Giovedì il ministro degli esteri israeliano, Tzipi Livni, ha respinto la proposta dell'Unione europea per una tregua a Gaza. «La tregua non serve» ha detto la Livni al presidente francese Nicolas Sarkozy con il quale si è incontrata a Parigi «a Gaza non c'è crisi umanitaria». Ma anche oggi nuovi bombardamenti aerei isreliani hanno ucciso altri palestinesi. Dopo sei giorni di bombardamenti sono ormai 400 i morti, 180 dei quali sono civili, per lo più donne e bambini.
Martedì 30 Di
cembre scorso a Brescia a largo Formentone, all’iniziativa dell'Associazione di amicizia Italia-Palestina, a cui hanno aderito La CGIL di Brescia,Fiom, Rifondazione Comunista di Brescia, e del Circolo di Gussago/Cellatica e Sinistra Democratica, hanno partecipato moltissime persone, la richiesta principale: che la comunità internazionale si attivi per il cessate il fuoco e che venga al più presto riconosciuto uno stato palestinese indipendente.
Domani, Sabato 3 Gennaio 09 a Brescia, Manifestazione Pro Palestina, con partenza alle ore 15.00 da piazza Rovetta( vicino piazza Loggia)…non mancate!

Israele ha continuato a bombardare la Striscia di Gaza fin dalle prime ore di venerdì, settimo giorno dell'offensiva Piombo fuso che ha già fatto oltre 420 morti e 2.180 feriti. Mentre lungo il confine con il Territorio palestinese sono ammassati soldati e carri armati per la probabile offensiva terrestre, l'esercito ha autorizzato l'evacuazione degli stranieri residenti a Gaza.
Giovedì il ministro degli esteri israeliano, Tzipi Livni, ha respinto la proposta dell'Unione europea per una tregua a Gaza. «La tregua non serve» ha detto la Livni al presidente francese Nicolas Sarkozy con il quale si è incontrata a Parigi «a Gaza non c'è crisi umanitaria». Ma anche oggi nuovi bombardamenti aerei isreliani hanno ucciso altri palestinesi. Dopo sei giorni di bombardamenti sono ormai 400 i morti, 180 dei quali sono civili, per lo più donne e bambini.
Martedì 30 Di
cembre scorso a Brescia a largo Formentone, all’iniziativa dell'Associazione di amicizia Italia-Palestina, a cui hanno aderito La CGIL di Brescia,Fiom, Rifondazione Comunista di Brescia, e del Circolo di Gussago/Cellatica e Sinistra Democratica, hanno partecipato moltissime persone, la richiesta principale: che la comunità internazionale si attivi per il cessate il fuoco e che venga al più presto riconosciuto uno stato palestinese indipendente.Domani, Sabato 3 Gennaio 09 a Brescia, Manifestazione Pro Palestina, con partenza alle ore 15.00 da piazza Rovetta( vicino piazza Loggia)…non mancate!
L'odio fra arabi e israeliani nasce da un sistema di soprusi che rende difficile vivere con dignità in Palestina
Nel conflitto
arabo-israeliano un ruolo centrale lo riveste il dibattito pubblico, informativo e dei format interpretativi di redazioni e gruppi editoriali, un handicap determinante nella faticosa marcia verso una sua risoluzione pacifica.
Il bene si costruisce piano piano, ma è allo stesso modo che l'odio si radica, poiché è la goccia continua che scava.
L'odio fra arabi e israeliani non nasce da singole ondate di "piombo fuso", ma da un sistema di soprusi che ogni giorno rende ancor più difficile vivere con dignità in Palestina.
In Israele esiste certo un'élite di intellettuali coraggiosamente mobilitata per il dialogo, così come un'ampia fetta della sua popolazione è per motivi etnici vicina alla causa palestinese; ma se la prima, in quanto élite, ha più visibilità verso i ceti colti dei paesi stranieri che sul popolo, la seconda, complice il lancio di razzi a corta gettata verso le terre di confine da essa abitate, accetta oggi stremata anche una soluzione violenta, purché immediata.
Si tratta di un dramma che dovrebbe esserci familiare, poiché riflette, ingigantendole, le dinamiche di molte periferie nostrane, dove alla già bassa qualità di vita si sommano le difficoltà di diversità mal gestite.
Dietro alla crisi arabo-israeliana non si cela la spartizione di risorse naturali strategiche, bensì un gioco prettamente politico, da ambo le parti.
Chi tira le fila del gioco è convinto che la regolazione del bene pubblico avvenga solo grazie ai semi della paura, della diffidenza, non calcolando che da essi germoglierà odio.
Israele non blocchi gli aiuti, non ostacoli il ruolo internazionale in Palestina. Quest'ultimo a sua volta limiti, se rinunciarvi non può, la propria missione identitaria, innescando dinamiche di progresso laiche da manifesti ideologici e confessioni religiose.
La natura violenta di Hamas, al pari di ogni rete di relazioni sociali negative riconducibile al noto concetto di mafia, potrà essere battuta solo promuovendo la curiosità e l'autonomia innanzitutto intellettuale (emotiva e cognitiva) nel singolo individuo verso la pace e il senso di stato libero e laico.
arabo-israeliano un ruolo centrale lo riveste il dibattito pubblico, informativo e dei format interpretativi di redazioni e gruppi editoriali, un handicap determinante nella faticosa marcia verso una sua risoluzione pacifica.Il bene si costruisce piano piano, ma è allo stesso modo che l'odio si radica, poiché è la goccia continua che scava.
L'odio fra arabi e israeliani non nasce da singole ondate di "piombo fuso", ma da un sistema di soprusi che ogni giorno rende ancor più difficile vivere con dignità in Palestina.
In Israele esiste certo un'élite di intellettuali coraggiosamente mobilitata per il dialogo, così come un'ampia fetta della sua popolazione è per motivi etnici vicina alla causa palestinese; ma se la prima, in quanto élite, ha più visibilità verso i ceti colti dei paesi stranieri che sul popolo, la seconda, complice il lancio di razzi a corta gettata verso le terre di confine da essa abitate, accetta oggi stremata anche una soluzione violenta, purché immediata.
Si tratta di un dramma che dovrebbe esserci familiare, poiché riflette, ingigantendole, le dinamiche di molte periferie nostrane, dove alla già bassa qualità di vita si sommano le difficoltà di diversità mal gestite.
Dietro alla crisi arabo-israeliana non si cela la spartizione di risorse naturali strategiche, bensì un gioco prettamente politico, da ambo le parti.

Chi tira le fila del gioco è convinto che la regolazione del bene pubblico avvenga solo grazie ai semi della paura, della diffidenza, non calcolando che da essi germoglierà odio.
Israele non blocchi gli aiuti, non ostacoli il ruolo internazionale in Palestina. Quest'ultimo a sua volta limiti, se rinunciarvi non può, la propria missione identitaria, innescando dinamiche di progresso laiche da manifesti ideologici e confessioni religiose.
La natura violenta di Hamas, al pari di ogni rete di relazioni sociali negative riconducibile al noto concetto di mafia, potrà essere battuta solo promuovendo la curiosità e l'autonomia innanzitutto intellettuale (emotiva e cognitiva) nel singolo individuo verso la pace e il senso di stato libero e laico.
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