venerdì 26 dicembre 2008

Venerdì 19 assemblea pubblica PRC Brescia

Sulla crisi internazionale e le ricadute sul mondo del lavoro e con quali politiche di sinistra per uscirne.
Sono intervenuti il proff. Mario Cassetti, docente universitario di economia, Dino Greco del direttivo nazionale della CGIL e Fausto Beltrami per la segreteria della CGIL di Brescia. Presentava la serata per la federazione di Rifondazione di Brescia, Vanni Botticini, consigliere provinciale.
Provo a riassumere un po’ :
Il Proff. Cassetti nel suo intervento spiega che c’è, una crisi attesa, verticale scoppiata nella contraddizione dell’economia reale, la crescita continua della disuguaglianza della distribuzione del reddito, che ha spostato il potere di acquisto in questi anni verso i più ricchi, così negli ultimi anni: ai più poveri – 1%, ceti alti +53%, i più ricchi che sono il 5% della popolazione.
Il capitalismo/Liberismo, dei ultimi anni, si è spostato sulla finanza, nel 90 con i bassi interessi fa esplodere la liquidità delle banche, incominciando l’indebitamento dei cittadini; un vero sistema basato sull’indebitamento ( mutui, auto, ma anche piccoli acquisti nei centri commerciali) in America addirittura l’indebitamento più alto della possibilità di entrata delle famiglie, questo che ha portato molta povertà.
Una volta tutti chiedevano un sistema di privatizzazione, ora per uscirne serve l’aiuto dello stato, che entra anche nelle azioni, diventando un vero controllo delle società.
La trasformazione dei prossimi anni, non sarà una riedizione del liberismo degli ultimi 30 anni, intervento dello stato sarà massiccio,per una lunga uscita.
In Italia si ha la sensazione di un governo che spera di cavarsela, con la scusa del debito pubblico, mentre in America Obama ridistribuisce, con piccoli interventi, con sgravi fiscali ai più poveri e tassazione ai più ricchi.
Dino: La crisi è l’espressione eclatante della bancarotta economica e culturale dell’ideologia mercatista, dell’infatuazione autolesionistica per l’economia di carta, per l’arricchimento facile. I titoli “spazzatura”, il cui valore non è certo definito dal rapporto fra domanda e offerta, ma dalle agenzie di rating, ci dicono -drammaticamente- che nessuno sa più cosa compra e cosa vende. Di fronte alla catastrofe che ormai si abbatte come un colpo di maglio sulla cosiddetta economia reale, distruggendo forze produttive e generando povertà, i responsabili di questo guasto immane ora rivendicano l’intervento salvifico dello Stato, al quale per anni era stato chiesto di ritrarsi per lasciar fare, appunto, alle virtù onnipotenti del mercato, supremo ed automatico riequilibratore dei rapporti sociali. In realtà, a ben vedere, questo ruolo non è venuto mai meno perché lo Stato ha sempre svolto, ed in misura rilevante, una funzione gregaria, “ancillare”, nei confronti del sistema delle imprese, dirottando in quella direzione ingentissime risorse frutto del lavoro sociale sottratte ai redditi da lavoro.
La cosiddetta opposizione riformista -il PD, per intenderci- è del tutto impotente a fronteggiare questa situazione. Per semplificare, proverò a rinominare il suo debolissimo impianto culturale per mettere in evidenza quanto essa sia incapace di proporre la radicale innovazione teorica e progettuale di cui vi sarebbe necessità. Prendiamo a riferimento il lessico che fu della sinistra (nella sua migliore stagione) e vediamo quale trasformazione sia avvenuta: dalla programmazione al mercato; dal pubblico al privato; dal primato del lavoro a quello dell’impresa; dalla cooperazione alla competizione; dai diritti nel lavoro al mito della flessibilità; dalla sicurezza sociale all’ossessione securitaria per l’ordine pubblico e alla persecuzione della marginalità sociale; dal welfare al workfare; dalla libertà delle persone alla libertà dei capitali; dall’idea di uguaglianza a quella -edulcorata- di pari opportunità; dall’idea di democrazia come partecipazione consapevole e autogoverno dei produttori associati alla delega del potere ad una casta chiusa di oligarchi; dal conflitto inteso come dinamica fisiologica fra classi sociali, alla dichiarazione della fine delle classi e della lotta antagonistica fra di esse. E si potrebbe continuare a lungo: una vera e propria “fuga nell’opposto”, un’abiura in piena regola da un’identità culturale che è stata semplicemente rimossa.
E’ del tutto evidente che con questo ricettario e con un governo di destra che si propone esclusivamente di rimettere sui binari il convoglio deragliato, non c’ è futuro. O, più precisamente, c’è una possibile uscita dalla crisi da destra, con un’ulteriore accentuazione delle disuguaglianze, delle ingiustizie, con un annichilimento del sindacato e con evidenti rischi per la democrazia. In sostanza, una deriva autoritaria di proporzioni mai viste dopo la caduta del fascismo. Tocca alla sinistra battere un colpo, mettere in campo (e sostenere con le lotte) proposte di immediata efficacia e, nel contempo, ridisegnare una strategia di più lungo respiro: tassare le transazioni speculative, introdurre una tassa sui grandi patrimoni, rifondare un nuovo welfare inclusivo, a partire dalla necessità di rivedere l’intero sistema degli ammortizzatori sociali, la sua estensione ai lavoratori precari, il blocco dei licenziamenti come contropartita del sostegno statale alle imprese. Ancora: è ora di liberarsi dell’ideologia monetarista e degli asfissianti vincoli fissati dal patto di Maastricht per finanziare uno sviluppo qualitativamente nuovo, non fatto di poche, inutili quanto dispendiose grandi opere, ma di una diffusa infrastrutturazione civile: una vera riconversione ecologica e socialmente giusta dell’intera economia. E serve, infine, una redistribuzione del reddito dal capitale e dalla rendita al lavoro inversa a quella che si è determinata negli ultimi vent’anni. Un sostegno, insomma, ai redditi da lavoro e, contemporaneamente, alla domanda interna altrimenti condannata a contrarsi e ad alimentare un circolo vizioso che porta dritto alla depressione. Non c’è un minuto da perdere, perché ormai si è raschiato l’osso e per tante persone il tema è diventato, puramente e semplicemente, la sopravvivenza, a cui non si può pensare di rispondere con politiche da stato compassionevole, con la “social card”, anticamera della carità affidata alle opere pie e alle dame di San Vincenzo. Compito della sinistra (e di quella parte del sindacato che non ha ancora rinunciato al proprio ruolo e alla propria funzione) è di perseguire la via alternativa con la più grande determinazione. Sortire dalla crisi in ritirata vorrebbe dire rassegnarsi ad una duratura eclissi della civiltà.
Fausto: con la riuscita di questi due scioperi generali (uno provinciale e uno nazionale), in CGIL ora si apre una discussione interna nel come continuare, sono molti quelli che sostengono che l’unità sindacale è indispensabile ed è chiesta anche dai lavoratori, nonostante cisl e uil continuano a siglare accordi separati (da ultimo le linee guida sull’artigianato, che sono peggiori di quelle in accordo con CONFINDUSTRIA).
La democrazia sindacale deve essere la strada maestra per riportare i rapporti unitari con gli altri sindacati.
Ora resta primario l’impegno di estendere la cassa integrazione e l’assegno di disoccupazione a tutti.
Bisogna con coraggio cominciare una discussione su un automatismo sui salari, perché si è perso troppo potere d’acquisto in questi anni.
Le risposte date come servizi ai cittadini in questi anni all’insegna della privatizzazione sono fallite, Telecom, Enel ecc.. hanno diviso i dividendi del profitto, ma ora con la crisi, serve l’intervento economico dello stato. E’ ora di una discussione profonda per riportarle pubbliche.
Poi resta da risolvere il problema delle produzioni che vengono portate all’estero dalle nostre aziende, dopo che magari hanno preso contributi statali per investimenti ecc. bisogna mettere un freno.
A mio parere è stata una serata interessante, con parecchi interventi e domande dei pochi presenti in sala, un peccato per l’interesse di noi tutti.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

interessante lettura.
cassetti - dino greco - beltrami- ma sono iscritti al partito?
ma siete sicuri che zipponi e galletti siano scritti??
voi dovete organizzare iniziative che devono far prendere voti agli altri non certo ai vostri candidati.
è il nuovo ragazzi. siate moderni!|!!
non penserete di poter interessare un piccolo residuale gruppo di persone che si dicono comunisti.
ma non si usa più. li, non c'è mercato. auguri:

Anonimo ha detto...

Se qualcuno pensa che l'organizzazione di un'iniziativa di tale portata sia legata a relatori che abbiano il pedigree(non so se si scrive così) e quindi, o la tessera in tasca o niente.... Bhé! Ora capisco perchè c'è una disaffezione alla politica da parte di giovani e una rassegnazione fine a se stessa dei "ragazzi della terza età".
Analizziamo le cause... Certo essere giovani oggi e crederci ancora, agli ideali del comunismo, è sicuramente contro corrente, molto frustrante e sinonimo di isolamento... Ma voi, "ragazzi della terza età", che ci avete abbandonati a noi stessi, che siete legati ad un'idea di comunismo che non contempla il merito delle discussioni (a meno che non concordi con le posizioni che voi esprimete), ma a chi conosce chi, a chi ricopre incarichi, a chi è imbarazzante, a chi a dissapori con la vostra persona, a chi ha la tessera o meno, a chi ce l'ha perchè ci crede o per interessi congressuali, personali, ecc... di che comunismo state parlando?
Vi dico che su una cosa avete ragione, il comunismo come lo intendete voi, non si usa più, e siamo noi i primi a non volerne essere portavoce e a non riconoscerci.
Noi siamo Compagni, nel merito della discussione, convinti sempre che la differenza di opinione sia una richezza e non un elemento di disturbo, convinti sempre che il confronto, anche se aspro, sia crescita, sviluppo, "officina di idee".
Siamo Compagni nella politica, nel lavoro, nella famiglia, nella vita.
A differenza vostra, che per sentirvi grandi avete bisogno di farci sentire piccoli, noi siamo davvero grandi, perchè nel nostro piccolo cerchiamo di far sentire alla grande tutti gli altri.
Forse è questa la differenza tra il nostro essere comunisti e il vostro modo di esprimerlo... essere comunisti non è legato ad avere o meno una tessera partitica in tasca...se la vostra discussione è ricondotta solo lì...a noi lascia il tempo che trova, a maggior ragione considerando che chi scrive non ha nemmeno il coraggio o la voglia di firmarsi.
Gli auguri li faccio io a te, perchè pur sentendoti grande, ai ancora tanta strada da fare.
Guru